Roland Barthes

Il creatore di se stesso

Bathes fu una passione di molti, poiché divenne maestro di tante cose - per molti - senza aver mai dichiarato di esserlo. Il mio corpo non è libero da qualsiasi forma di immaginario se non quando ritrova il suo spazio di lavoro. Tale spazio è dovunque lo stesso, adattato pazientemente alla gioia di dipingere, di scrivere, di classificare. Qualcosa che io stesso avrei dichiarato, fin da ragazzo. Il giorno in cui la lessi da Barthes, nel suo Roland Bathes par Roland Barthes, pensai anche di trovarmi di fronte a una parte di me stesso. Studi, viaggi, lezioni, malattie. Salvo le malattie (che non ebbi mai, e mai fumai a differenza di lui), la vita di Barthes avrebbe potuto rispecchiarsi nella mia.

Dire cosa fu Barthes è una delle cose più difficili, perché l'uomo sfuggiva a definizioni ed etichette. E nessuno, io credo, seppe descriverlo. Visse l'insegnamento come un'avventura trascorsa en passant, dedicandosi sempre e in grande libertà a ciò che gli interessava. Gli enciclopedisti lo videro dapprima come critico, intendendo con questo porlo nella grande fascia degli analisti di cultura che fanno sì letteratura ma non sarebbero letterati in quanto il loro approccio sarebbe più sociologico che professionale. In altre parole, essi ambirebbero a descrivere la realtà che li circonda sapendo restarne distaccati per quel tanto da non dover parlare di sentimenti e di coinvolgimenti involontari che esulino da impulsi dell'essere. Prima di arrivare anche qui a una definizione più netta, io vorrei negare però che fosse saggista. Difficile dire 'saggi' i suoi libri. Barthes fu attraversato dalla malattia più che dalla sensazione di benessere, da una paura costante più che dalla tranquillità. Il suo rimase sempre un universo indefinibile, fatto di analisi del frammento e mai compendio di una qualche pregnanza. La successiva rientranza nella semiologia apparve anch'essa controversa, soprattutto negli ultimi anni della sua vita e dopo la morte.

Forse fu per caso che la semiologia incrociasse la sua strada quando egli in realtà faceva progetti in merito a un nuovo modo di affrontare la scrittura. Quando nei primi anni '50, contornato da scarso clamore, uscì in Francia Le degré zéro de l'écriture le sue idee avevano già fatto apparizione sparsa nella sua mente, corroborate proprio dagli studi giovanili. Era una raccolta di saggi (in Italia apparsa solo nel decennio seguente), in cui la lingua assurgeva a un ruolo diverso fondando una sua storia indipendente da quella della scrittura letteraria. Era come se l'espressione di sé, che utilizzava la scrittura, servisse proprio a dire chi era quella persona (=quel sé): In Barthes, per la prima volta, lo scrittore esprimeva quello che l'essere gli suggeriva senza la mediazione di un genere (che fosse racconto, romanzo o saggio).

Je suis moi-même mon propre symbole, je suis l'histoire qui m'arrive: en roue libre dans le langage, je n'ai rien à quoi me comparer

Come dire: "Io non sono che ciò di cui leggete, essendone il testo espressione completa". Vi leggerete, in fondo, una replica di quanto leggete nella home page di questo sito a proposito dell'autore che lo ha creato. Chi è Monetti? Quello di cui state leggendo le opere, in questa sede. Quelle di Barthes erano parole molto eloquenti, che al pari delle sue teorie non furono comprese perché espresse in un codice non facile. Gli stessi accademici usavano parole difficili e senza costrutto per costruirgli negli annuari una posizione che non aveva affini in tutto il panorama contemporaneo. Mai seppero spiegarlo, concretamente. Difficile che troviate qualcosa di chiaro, riguardo a lui, nei saggi che parlano di lui. Mai Barthes ebbe una collocazione che andasse al di là dei singoli, entusiastici apporti di lettura che singoli individui - che lo apprezzavano - avevano in singole serate di improvviso amore o in letture di biblioteca a metà mattinata nei punti morti delle lezioni. Barthes fu come un'eminenza grigia degli intellettuali, andando a sistemarsi su una nicchia inguardabile dalla massa ma appetitosa per tutti coloro che utilizzavano il loro cervello ogni qual volta scorgevano in quell'analisi 'a frammenti' un capolavoro personale. Con l'opera di Barthes, è come se qualcuno con l'altoparlante girasse dicendo a tutti: "Attenti, se il testo dice da sé quello che io sono è segno che occorre qualcos'altro, un'altra disciplina che spieghi perché il suo autore è proprio quello". Non possedendola, questa disciplina (poiché tale non fu la semiologia), Barthes fu in pratica il primo 'disertore ufficiale' del Novecento. A ben guardare la sua figura disertò proprio tutto, nel rifiuto di qualsiasi genere. Quando nel 1975 uscì Barthes par Barthes queste cose si erano già sedimentate, e così chi pensava a lui pensava - come quel titolo stesso diceva - a un uomo chiamato Barthes, senza avere l'immagine concreta di un saggista o di un critico. Egli stesso sembrava dirlo quando scriveva: "Appena una forma viene vista è necessario che assomigli a qualcosa: l'umanità sembra condannata all'analogia". Le stesse cose che capitò a me di dire ogni volta che volevano farmi somigliare a qualcuno dei miei (padre, madre, nonni). Io dicevo: "Ma perché devo per forza somigliare a qualcuno di famiglia?".

Casi in cui dunque ciò che rimane è una generica etichetta di 'scrittore' perché l'autore che tutto re-interpreta ha bisogno della scrittura. E attende al massimo che sia questa a farlo conoscere ai contemporanei. I testi di Barthes, benché assertori di tesi forti, erano anch'essi diaristici. Il frutto dell'osservazione s'innestava come un segreto Nume ispiratore della sintassi, piegandola al Grande Saggio che sta dentro. Chi legge si appassionava, almeno quanto chi scriveva, e così i lettori di Barthes diventavano 'ricostruttori' poiché nei suoi libri mancava una linea precisa di narrazione e solo un cervello altrettanto complesso avrebbe potuto avvicinarsi. Alcuni avevano la sensazione che mancasse un corpo fisico, una sostanza presente come una voce di un cantante a chi la ascolti da un disco in vinile. Gli stessi sostenevano che questo autore diventasse come un io narrante completamente assente dalla scena, una sorta di passante che di lì a poco - esaurita la scrittura - si sarebbe volatilizzato. Come in effetti si poteva anche pensare dopo aver letto L'empire des signes (1970), un breviario di introduzione a segni del Giappone in cui l'autore traccia un suo percorso di viaggio all'interno di un continente lontano. Alcune cose, in questo come in altri testi, risultano oscure al punto da non potersi ricongiungere a una linea di pensiero unica e costante. Qua e là fa capolino un'insignificanza che lascia anche freddi.

La miniaturizzazione non deriva tanto dalla misura, ma da una sorta di precisione che la cosa mette nel delimitarsi, nell'arrestarsi, nel concludersi. Questa precisione non ha nulla di ragionevole, di morale: la cosa non è netta in un modo puritano ma piuttosto grazie ad un supplemento allucinatorio

Ma chi imparò ad apprezzare quest'autore sapeva che non per grandi linee doveva prenderlo, ma per piccoli frammenti. Ciascuno di essi avrebbe illuminato di una singola sensazione, di un approccio anche isolato da una persona in carne ed ossa in quanto espressione di un'idea o di un concetto. E' ciò che vediamo in Fragments d'un discours amoureux.

Il regalo d'amore è solenne; trascinato dall'insaziabile metonimia che disciplina la vita immaginaria, io mi traspongo tutt'intero in esso. Attraverso questo oggetto, io ti dò il mio Tutto, io ti tocco con il mio fallo; è per questo che io sono follemente eccitato, che corro da un negozio a un altro, che mi ostino a cercare il feticcio che vada bene, il feticcio splendente, riuscito, che si adatterà perfettamente al tuo desiderio. Il regalo è contatto, sensualità: tu stai per toccare ciò che io ho toccato: una terza pelle ci unisce.

Barthes fu l'uomo che fece capire a molti giovani che si può far l'amore con il cervello e non con il proprio organo riproduttivo. Questo, almeno, è quello che sentimmo in momenti di grande sconforto dentro l'istituzione-università. L'impressione che ne avresti ricavato era proprio un sollievo intellettuale, come a sentirsi rassicurati di tutto (di un'amarezza, di una distanza). Barthes trasformava tutto questo in virile ricomposizione dell'essere, mai provato dalla povertà dell'universo umano e sempre incuriosito del fascino segreto di qualsiasi relazione di qualsiasi cosa con qualsiasi altra. Leggerlo sollevava, appunto. Mai, dunque, avresti detto che egli era un 'genere' di qualcosa. Sopra di lui non c'era alcun modello, apparentemente non aveva altri a cui rifarsi o riconnettersi. Pareva, in fondo, nato da una balia. C'erano state poche persone, nella sua vita. Lo avresti immaginato, al massimo, seduto a fare lezione davanti ad allievi. La sua biografia si fondeva talmente con i suoi scritti da pensare che egli avesse visto soltanto in una traccia parallela della vita.

Anche lui si spense al capolinea della filosofia, avendola però riscattata in anticipo. La sua fu un'avventura molto profonda, misurata com'era sull'equilibrio precario di un cervello sempre in bilico. Bastava un nonnulla ed egli sarebbe ricaduto in qualche forma di patologia. Per fortuna, il raziocinio e la fermezza di Saturno lo sostennero sempre e così lo registrammo comunque tra gli autori più fecondi. Di persona non avrebbe mai colpito come facevano - per via autonoma - i suoi scritti. Segno eloquente di una missione compiuta. Nel secolo che mai diede certezze, egli seppe dire ai contemporanei che di questo sarebbero stati alla ricerca. Qualora le avessero trovate, non sarebbe stato più in una fede.

Pagina del 5 dicembre 2006, ultime modifiche il 27 dicembre 07