
La conclusione giusta di un brano musicale
A un certo punto, nel sito personale, mi troverete a sentire programmi Rai dentro un'automobile e prendere annotazioni su un foglio. Era l'estate 1969. Dagli altoparlanti, incassati sotto la plancia, sentivo dire: "Vetrina di un Disco per l'Estate". PAUSA. Di Cesare De Natale, Biancaneve. Canta Nada.
Passo giorni interi davanti allo specchio a chiedermi se vuole ancora me...
![]() In quella estate ho 12 anni. Nel sito troveremo un video originale dell'epoca della durata di più di 5 minuti. |
E annotavo, anche mentalmente. L'incipit contrassegnava il brano allo stesso modo della conclusione. Dentro di me, avevo la sensazione precisa che il brano non sarebbe potuto finire in altro modo. Più lo risentivo, più cresceva in me questa convinzione. Me lo ricantavo, ci riflettevo, e quella fine - poi più dell'inizio stesso - mi colpiva. Il brano citato mi faceva impazzire, lo trovavo irresistibile. Il refrain ubriacava al semplice ripetersi. Al termine, dovendo chiedere a qualcuno: "Tu come l'avresti fatto terminare?" pochi avrebbero saputo rispondere. In teoria, si poteva terminare con un semplice appoggio strumentale di accompagnamento del canto. Alternativamente, era in uso lo sfumare in studio (la musica, o ancora più spesso la voce). Ecco i due principali modi di concludere un pezzo di tre minuti il cui scopo era quello di piacere a chi lo ascoltava. Quella estate, un brano di una certa Lisa piacque - in quella stagione - molto più del brano da me citato. Io, naturalmente, li avevo ascoltati tutti. Di ciascuno, la mia mente memorizzava anzitutto proprio l'inizio e la conclusione. Così, quando li risentivo la terza o la quarta volta ricordavo i due estremi allo stesso modo o perfino più di un singolo ritornello. Già da allora mi domandavo perché. La materia mi interessava molto. Tanto che 13 anni dopo, nel corso di una festa a casa, proposi un quiz ai presenti: indovinare di che brano si trattasse, dal semplice ascolto dell'incipit di due o tre secondi. Mai mi capitò di proporlo con la conclusione. Eppure avevo sempre avuto una passione maggiore per essa. Nel brano di Nada, ad esempio, non si sarebbe potuto dare altra conclusione che uno sfumare perché un refrain molto potente non riesci né a frenarlo né a trattenerlo. In quella stessa estate, un meraviglioso pezzo di Celentano terminava con più di un minuto di fisarmonica. Quella conclusione, ugualmente, mi colpiva. Ogni volta però mi dicevo tra me e me: "La conclusione non avrebbe potuto essere data in altro modo". Perché? L'idea centrale, poggiante sul fatto che un simile concetto non si potesse spiegare a parole ma al massimo intuire, non rendeva pienamente conto del problema.
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Quando riascoltavo i brani a casa, sul mio giradischi, li memorizzavo. Riascoltare i frammenti più piacevoli era un'ubriacatura per l'orecchio. Sapendolo, e non desiderandoli prendere come una droga, mi limitavo. Continuavo, frattanto, ad ammirare il finale di ciascuno. Era come se pensassi che un inizio è sempre facile e normale da dare, mentre una conclusione è molto più impegnativa e difficile da decidere. Mentre facevo questi pensieri, cercavo anche di indovinare quello che avevano detto nello studio d'incisione. Dai, lo facciamo così... perché non è possibile farlo in altro modo, era una frase che più volte aveva fatto la comparsa nella mia mente. Provate voi ad avere una bella melodia: se il refrain prende in modo irresistibile, penserete che non si può violentare l'orecchio di chi ascolta dando uno stop improvviso. Si fece così stabile la convinzione che
Una conclusione a sfumare indica proprio la destinazione necessaria di chi tenti di rispettare la bellezza sonora di una serie di accordi trovati
Ma non era tutto. Tutto non poteva esaurirsi in un semplice metodo discografico. Doveva esserci qualcosa di più. Come sempre, pensai alla vita. Nelle nostre cose, quando è che diamo una conclusione a sfumare? Appunto, quando non vogliamo violentare l'altro. Se pensiamo che uno stop improvviso possa dare uno shock, cerchiamo di indorare la pillola o di rendere la cosa progressiva. Come? Diluendola nel tempo, dicendola a poco a poco, facendola capire, ecc.ecc. Insomma, quella legge si sarebbe ripetuta anche nella nostra vita nei casi in cui avendo tra le mani una cosa molto bella o vivendo una relazione molto emozionante non avremmo voluto rovinarla con una conclusione repentina e brusca. Ciò che si chiama 'tatto' avrebbe richiesto che la graduassimo, nell'intenzione di ammorbidire un possibile impatto presso chi l'avrebbe subita. Quando è che avremmo invece dato un normale stop, anche improvviso? Per deduzione, quando fosse mancato un vero contenuto da curare o da privilegiare. Vi basterà fare l'esempio di un legame appena nato (Se telefonando, quasi per magia, mi viene in mente) che voi riteniate di dover subito troncare dicendo al partner che non è il caso e non ve la sentite di impegnarvi in una lunga relazione. Come dire, meno le cose sono 'sentite' o 'importanti' più è facile dare uno stop anche brusco. Nella canzone di Mina è presente una bellissima constatazione, che sa quasi di figura retorica. Gli autori scrivevano di un amore appena nato, che già era finito. La donna del testo doveva comunicarlo all'altro. Vedete che anche in quel caso la bellezza e la importanza di quel frammento sonoro di appena tre minuti non potevano che esigere uno sfumare. Il coretto femminile, quasi ad allontanarsi dalla scena del fatto, con un Da da da da che sfuma in un decrescendo perfettamente sintonizzato con gli strumenti che vanno via, crea un allontanarsi felice del pezzo dalle orecchie di chi lo ascolta.
In genere, più è bello - il finale - più il pezzo ti resta in memoria, con una scia che crea desiderio di riascoltarlo appena possibile. Ma quel finale, se è un gioiello, resterà come qualcosa di irraggiungibile e di mai più ripetibile. Nella mia memoria esistono poche conclusioni affascinanti come quella di Make It Easy On Yourself, di Burt Bacharach, nella versione dello stesso autore. Il very hard to do, appena sussurrato e lasciato come a distesa morbida su un tappeto, trova una perfetta sincronia di continuazione e integrazione sonora in una leggerissima tenuta di ritmo che introduce l'eco del coro e poi da parte di questo la ripresa dell'ultima frase. Sullo sfondo, quasi a 'rintocco' uno sfiorar di tastiera, una 'pettinata' con le corde di violino e ancora lo sfumare del coro. Con finali del genere, gli esteti sarebbero in grande difficoltà perché cederebbero al desiderio di sottolineare le proprie vicende di vita con queste note. Questa è un'altra cosa che troverete, in abbondanza, all'interno del sito. In certe sere, si crea un feeling che da solo non potrebbe stare: tornato a casa, mi immergo in uno di questi frammenti e così questo resterà legato alla memoria di quella sera.
Ritornerebbe, allora, una domanda: esisterà anche un'autonomia di un finale? E' possibile dare un contenuto autonomo anche alle ultime note trovate in studio per l'incisione di un pezzo? In sede di trattazione, non potrei dire di no. Io stesso, se tratto di questo argomento, in una pagina apposita devo dedurre che l'argomento stesso ha una sua importanza e un contenuto meritevoli di menzione (e mi spiace, semmai, o deploro che altri finora non l'abbiano fatto).
In generale, quell'allontanarsi dalle orecchie dell'ascoltatore dovrebbe essere appunto 'felice'. In che senso? Nel senso che colui o la cosa che si allontanano dovrebbero farlo in modo personale e gradevole (o almeno non sgradevole) nei confronti di coloro o delle cose da cui vanno via. Così, quello sfumare assume maggior rilevanza quanto più ciò che lo precede era di ottima fattura. Di una cosa bella esigerai, nel momento in cui va via, che anche quell'allontanarsi sia all'altezza delle qualità della cosa stessa. Altrimenti, diresti: "Da te, non me lo sarei mai aspettato". Pensate anche al vostro andar via da una tazzina di ottimo caffè. Voi sapete sempre che dopo averla ingoiata non potrete far altro che andar via dal caffè stesso. Se questa sostanza piace al vostro palato, il distaccarsene sarebbe in teoria amaro. Però, la realtà paradossale delle cose vuole che da un caffè sgradevole andrete via volentieri. E così si forma il sillogismo anche del caso: di un caffè molto buono, opportuno staccarsi in modo degno. Difatti, voi stessi vi leccherete quasi le labbra, o assaporerete in bocca l'aroma. Quasi a dire a voi stessi che anche dopo... continuare ad operare con quel gusto in bocca, quando vi andava bene, deve anch'esso avere un senso.
FAQ. E nello stop definitivo e tronco? Quando il brano subisce una conclusione vera e propria (Cowboys and Angels, di George Michael, una delle conclusioni più classiche di sempre) lo ricordiamo ugualmente, ma la conclusione - intesa come l'ultima nota da eseguirsi - crea un perimetro che nello sfumare non esisteva. Se voi sfumate fate semplicemente allontanare il suono dalle vostre orecchie, diminuendone il volume. Se invece concludete, con strumenti o con voce, dovete 'fare' voi qualcosa. Differenza molto grande, che invade proprio il campo della sensibilità di chi incide in studio o canta 'live'. Per capirlo, vi occorrerà appunto suonare o cantare dal vivo. FAQ. Perché dal vivo non ripetono quasi mai lo sfumare dello studio? Questione molto molto interessante, che racchiuderebbe perfino tratti metafisici. Per prima cosa, diremmo che dal vivo non possono ottenersi gli effetti e gli echi da studio così che sarebbe inutile pensare di ricrearli. Il cantante dovrebbe pian piano scostarsi dal microfono, oppure cantare a volume sempre più basso. Il pubblico sorriderebbe. In secondo luogo, c'è perfino un fatto di rispetto. Visto che il brano si canta o si esegue davvero davanti ad altri, chi lo fa deve realmente terminarlo in qualche modo. Avrete notato che nei programmi 'live' i brani che in studio venivano sfumati vengono proprio eseguiti, anche in troncare. E talvolta chi vi era affezionato, all'ascolto originario, non gradisce molto quel troncamento nuovo che non aveva mai conosciuto.
FAQ. Ci sono finali che entusiasmano o a cui si tiene? Sì, sono quelli ai quali l'ascoltatore non rinuncerebbe perché essendo caratteristici di quel pezzo ne fanno la storia (confermando dunque l'autonomia di cui dicevo). Chi era affezionato a 'Riderà' difficilmente sopporterebbe di sentirlo in altro modo. Vorrà sempre risentire quell'Ha-pianto-troppo-insieme-a-me, che precede un rombante e breve ritorno orchestrale 'a cascata'. FAQ. Cosa vogliono qui? Qui venivano colpiti dal fatto che quell'ultima frase viene cantata isolata, senza sfondo sonoro. E come a richiamo, arrivava appunto quel 'ritorno' che avendo un che di virile e di imponente piaceva. L'inizio del brano era il medesimo. Possiamo dunque dire che esso ritorna su se medesimo. FAQ. Loro si domandano: perché 'a cascata'? Perché quel passaggio strumentale, completamente autonomo e slegato da ciò che si canta in seguito, ricade su se stesso. Sembra quasi uno di quegli 'stacchi' che seguivano alle esibizioni dei concorrenti della 'Corrida'. Non è bello, musicalmente.
FAQ. Esiste, almeno in ipotesi, un legame tra incipit e conclusione? In quest'ultimo caso, esisteva. Ma non è frequente. Chi memorizza il brano lo ricorda ugualmente come se incipit e conclusione fossero parti immodificabili di un'unica entità. Uno dei più felici inizi di sempre, Animal Instinct, dei Cranberries, possiede una conclusione che potremmo definire 'ad esaurimento': l'ultima nota viene lasciata risuonare nell'ambiente, e quel suono perdura per qualche secondo finché si esaurisce esso stesso. Questo tipo di conclusione non è certo geniale, ma fa sì che i pezzi molto 'pieni' stemperino il loro potenziale in modo indolore (né facendosi desiderare, all'andar via, né violentando, nell'estinguersi di botto).
FAQ. L'ascoltatore può realmente essere violentato? No. Ma la prima volta resterà perplesso sul fatto che si uccida un brano in modo improvviso. Chi sentiva Mina nello splendido Sono come tu mi vuoi, se avesse scelto, avrebbe optato per una fine senza quel grido finale. In quel caso, che è uno dei più estremi di tutta la musica leggera italiana, a somiglianza di un 'golden gol' del 2000 o di un uomo che metta un piede in fallo urlando si ha una conclusione in un'unica soluzione e il brano muore lì. Si può ipotizzare, ancora una volta, che gli autori lo concepirono solo così. Essi infatti intesero far ripetere più volte la frase alla cantante. A quel punto, una legge universale di armonia richiede necessariamente che la si chiuda così. Puoi al massimo decidere di chiuderla facendola dire una volta in meno. Un problema non dissimile si poneva con un altro brano della stessa cantante. Se c'è una cosa che mi fa impazzire consta di due intere 'isole' finali, ciascuna delle quali si conclude proprio 'ad esaurimento tronco'. Ricordo che le prime volte in cui lo sentii, pensavo: "Avrebbe potuto fare altre infinite 'isole'. Ciascuna però sarebbe terminata allo stesso modo. A che pro?". Quelle isole non avevano in realtà una conclusione loro, e così non poterono far altro che far allungare l'ultima nota alla cantante. Quando manca una vera conclusione, gli autori si trovano a mal partito. O allungano quello che hanno (come abbiamo appena visto) o aggiungono esercizi estranei (vedi la strumentale scia di 'Fiume azzurro'). Casi in cui oggi immaginereste Ennio sospirare un malcelato: "Io l'avrei arrangiata in un altro modo".
FAQ. Viceversa, quando si trova estasiato? Questa è materia su cui potrei scrivere molti libri, essendone stato testimone. L'ubriacatura si ha quando la conclusione piace talmente da poter essere addirittura riprodotta in modo autonomo. L'ascoltatore sposta sul lettore Cd fino al punto a partire dal quale gli interessa sentire il pezzo. E' come se dicesse: "Per il resto, cioè per il primo 75% del pezzo, non avrei acquistato il Cd. Ma il restante 25% vale da solo il prezzo del Cd". E' accaduto sicuramente con il pezzo più noto dei Crash Test Dummies (finale memorabile). A me, come avete letto, capitò con il finale dell'album dei Gentle Giant. Ma nella memoria, c'è un pezzo a me molto caro. E' Il nostro caro angelo, Mogol-Battisti, che ha un finale angelico in cui una chitarra e una tastierina disegnano arabeschi che si vorrebbe non finissero mai. Un finale tecnicamente virtuoso può anche attirare, ma solo gente che suona. E' il caso di Bourée e My God, dei Jethro Tull, entrambi con una grande performance 'effettistica'.
Parlando dell'argomento, ci troveremmo davanti a migliaia di casi ciascuno dei quali rientra in una categoria che li descrive. Se voi componete il finale di una canzone, senza accorgervi, fate una cosa anche autonoma nel senso che la mente di chi la ascolta con piacere la memorizzerà con sua partecipazione. FAQ. Allora esiste una conclusione giusta? Direi di sì. Un sì incondizionato, che comporta una necessaria valutazione all'interno del pezzo medesimo. FAQ. Qui potremmo, sempre in teoria, elencare i diversi modi alternativi? A questa domanda, con una certa sorpresa, dovremo rispondere di no. Non nel senso che non potremmo farlo. Ma nel senso che, essendo già al corrente del finale dato dagli autori, come dico ad inizio pagina quello ci sembra il più naturale. In altre parole, noi ascoltiamo un modo di terminare (più che un finale) capace di integrarsi bene anche con il resto del brano stesso. Se non esistessero artigiani della orchestrazione, è probabile che sentiremmo sempre gente o strumenti andare via (o con sfumare, o con canto ultima nota... e poi tutti-a-casa). Penso allo spartano 'Vita spericolata', di Vasco Rossi, in cui egli stesso quasi per una legge superiore per noi non conoscibile andò via dal palco (mentre le note stesse, estese per un certo tempo, andavano via piano piano). Esistendo invece un'apposita arte, questa si manifesta anche nel saper dare una grazia e un'ascoltabilità maggiori di quella che risulterebbe dal semplice andare via. Detto questo, è più che normale osservare tuttavia che un finale può anche risultare poco azzeccato o addirittura errato. Non è una contraddizione con quanto sostengo ad inizio pagina. Un finale 'buttato via' è come un'intuizione che non si ha, più di questo non può mai essere. Un finale non azzeccato, per semplice 'non saper (come) costruirne uno', fu What I Am, di Brickell and the New Bohemians.
Se è 'modo di terminare', più che 'finale', la questione torna ad essere metafisica perché saremmo nella stessa materia dell'altra pagina. E' come se pensassimo che, essendo 'in rebus', una conclusione esista già. Allora, se in musica la diamo noi è una nostra libera creazione. FAQ. Cosa significa? Siamo nuovamente alle prese con un incrocio di natura? Sì. Se concepiamo che le note ci vengano, esse dovrebbero anche terminare in modo autonomo cioè intuitivamente noi ascoltandolo diremmo: "Qui era già morto, il pezzo". Dovendo estenderlo noi, in senso di durata, gli altri vedono 'noi'. Questa è una cosa strana, ma trasferito in idea diventa un pensiero immenso. Se voi, ascoltando un pezzo, a un certo punto intuite che esso sia finito dopo non farete che vedere come uno 'scheletro' di come opera la mente del compositore, poiché questi allungherà o con ripetizioni o con esercitazioni strumentali. Però, anche qui, il pezzo è solo quello che avete sentito e che conoscete. Se esso vi piace, purtroppo, l'effetto che avrete da un allungamento con ripetizioni nuocerà al pezzo stesso. Ecco perché Dolcissima fu una creazione intelligente nel limitarsi (due strofette - due ritornelli - neppure una ripresa). Ecco perché You're So Vain, al contrario, termina a decrescere dopo un avvio straordinariamente coinvolgente. FAQ. Ma tu venivi ubriacato proprio dai due estremi? Esattamente. Un brano che riascoltavo più volte spesso mi dava brividi all'inizio e/o alla fine. Solo una cosa interamente sublime non sarebbe mai ricaduta in questi casi. La vertiginosa Flash, nella versione The Duke of Burlington, resta ancora oggi tra i vertici massimi e non soffre nemmeno di un secondo di pausa. Ma sono casi rarissimi. Quando i brani mi prendevano, la mia accoglienza ai due estremi era più che ovvia perché in quei due punti prima li salutavo in entrata e poi li congedavo in uscita. Naturalmente, osservavo anche punti intermedi molto azzeccati (singoli passaggi, anche di due secondi). Ma il fatto che siano gli estremi a restare era tale da indicarmi spesso un'identità. Ecco i casi in cui avrei detto: "Un finale veramente giusto". Ed erano imprese che avrebbero replicato quelle fatte dai singoli, nella vita. Pensate a un tennista che riesca a coronare un colpo con una piccola rotazione del polso, o a un giocatore di basket che azzecchi i canestri con una sua particolare tecnica, o a un atleta che salti in alto ugualmente in un modo personale.
Se diciamo che una conclusione è giusta, la lingua ci fa dire che va bene così com'è quella data dagli autori. Se diciamo che una conclusione è quella giusta la lingua ci farebbe dire che tra tutte è giusta solo quella. Vedete, anche qui, come la lingua che utilizziamo conta. Allora, come trovare una giusta definizione a questa materia? Assodato che una conclusione 'giusta' comunque esiste, ci limiteremo ogni volta ad osservare quella data nel singolo caso. Se molto bella ci colpirà, poiché si distaccherà come un pezzo di terra da un altro. Noi vedremo quel pezzo separarsi. Se ordinaria, non ci faremo caso. Parleremo insomma come in tutte le volte in cui un uomo o una donna ci colpirono quando li conoscemmo e poi magari rimasero dopo che ci congedammo da loro. A volte anche gli uomini ci danno un loro finale che resta in memoria.
Pagina del 10 settembre 07, ultime modifiche il 16 giugno 2010