Mircea Eliade
Con una certa sorpresa, ho appreso ieri da 'Repubblica' (Volpi) che Mircea Eliade non era nato il 9 marzo 1907, ma quattro giorni dopo. Quando succede questo ti si apre un nuovo universo perché i dati che possedevi su una persona non la identificano più. Quella persona corrisponde ad altri dati, e così anche tu devi cambiare improvvisamente alcune idee su di lei. Per coloro che praticano astrologia è una cosa piuttosto spiacevole e scomoda, essendo per di più notevole anche la differenza (4 giorni significano una Luna completamente diversa e pianeti vicini alla Terra in posizione sensibilmente differente).
Per un uomo freddo come Eliade non ebbi più che un freddo interesse libresco, derivante soltanto dal suo noto Trattato di storia delle religioni del 1948. Libro che acquistai con una certa gioia interiore, abbeverandomi in un unico pomeriggio. Fu con lui che imparai cos'è una ierofania. Quando morì me ne interessai, come si fa con qualsiasi persona che abbia scritto libri circolati molto.
Nel viso somigliava a un docente universitario, così direi oggi. Nella mente, aveva in più un'adorazione per la ricerca sul sacro. Eliade fu uno di quegli uomini che passano l'intera vita leggendo. In Italia lo prese in custodia alla fine Jaca Book, che solo a fine anni '70 si era fatta conoscere. Il rumeno Mircea Eliade era un instancabile topo di biblioteca innamorato del sapere, lungo una direttrice che portava dal primo Medioevo alla letteratura moderna delle nazioni del centro Europa. Ma negli ultimi anni, stanco di una lunghissima lettura, fece capire che l'esperienza mistica si fondeva in ultima analisi con la narrazione stessa. Mentre lo diceva, gli interlocutori fissavano il loro sguardo sulle bende che fasciavano mani martoriate nelle giunture e scrutavano uno sguardo seppellito entro occhiali spessi. Il viso ormai non si vedeva più.
Il suo Sole congiunto a Saturno in Pesci, con Luna molto vicina, lo aveva fatto 'recettivo' a tutto ciò che esulava dalla materia, nella quale aveva visto per natura (sua) la grande scadenza del mondo moderno. Egli era stato a leggere di Oriente, di religioni e di testi sacri fin dalla metà anni '20, recandosi poi in India a vivere la sua esperienza iniziatica. Fu tra i pochi che avrebbero potuto raccontare qualcosa di Tucci già in quegli anni. Per tutti gli anni '30 aveva poi vagheggiato dentro di sé un nuovo Rinascimento europeo sotto il segno di un'orientalizzazione della cultura che mai arrivò. Studiava miti, nel frattempo. Soprattutto, la sua indagine andava sempre a parare su ciò che di cosmico l'antichità aveva tramandato.
La vita lo portò in Portogallo, in Francia (dove frequentò Cioran e anche Ionesco) e infine a Chicago dal 1957 (anno, ricordate sempre, di tutto ciò che del mondo contemporaneo viene avviato). Cattedra, quella americana, che non avrebbe più lasciato.
Secondo solo a Georges Dumézil per immagazzinaggio progressivo di idee sui miti, pur esperto di yoga e di discipline orientali moderne, egli mancò nella penetrazione di ciò che andava trattando. Voi direte: quale la necessità di vedergli una carenza, se non fece che lo studioso indagatore su un passato fondante? La mancanza sta nel fatto di non applicarsi a una comprensione con gli strumenti del presente, ricadendo in tal modo nell'esperienza già detta di un Garin. Mostrare cosa siano i fatti religiosi, in un anno come il 1948, si potrebbe solo in due casi: a) vivendo l'esperienza religiosa, appositamente iniziati dentro una comunità; b) avendo un'esperienza religiosa, che assorbe la propria vita. Ma ci sono coloro che, rifugiandosi dietro un paravento in parte costituito di ricerca e in parte di passa-tempo procurato, si ingegnano di studiare quell'esperienza nel passato anziché viverla nel presente. In questo caso non si dice più che quella persona ha un senso religioso della vita, ma che riporta alla luce in un suo studio i fatti sacri. All'esterno, tale persona fu chiamata 'studioso di storia delle religioni'. Egli ricostruiva a tavolino una serie di fenomeni, dotati anche di terminologia sacra, e ne vedeva perfino una 'scala'. La stessa prefazione al volume più noto di Eliade all'inizio verrebbe clamorosamente smentita proprio da me e dalla mia opera. Dove Eliade afferma che 'sarebbe vano proporsi di spiegare la religione con una funzione linguistica poiché essa definisce in ultima analisi l'uomo', sembra sfuggirgli il fatto che prima ancora di ciò che chiamiamo religione dovette essere un suono, che fu da base alla lingua stessa. Solo in virtù di quel suono gli antichi poterono chiamare 'Dio' un concetto e non già un essere. Se chiamarono Dio un essere è solo la lingua che avrebbe potuto dirci di un equivoco, qualora questo - come secondo me avvenuto - abbia attraversato la storia in origine. Nient'altro che la lingua ci avrebbe condotto alle origini di qualsiasi confusione concettuale, poiché è a partire dalla diffusione di una parola che essa venne associata stabilmente a un concetto. Se facciamo a meno - come Eliade dice più avanti - di definire a priori il fenomeno religioso, non per questo dobbiamo abdicare al tentativo di analizzarlo secondo gli ordinari criteri inerenti alle funzioni logiche. Forse non tutti i miei lettori hanno compreso che se è vero che la logica non esisteva nella mente umana prima di una cert'epoca è anche vero che essa presiedeva - senza che l'uomo lo sapesse - a qualsiasi creazione di suono che da fonema diventasse parola. Gli uomini non lo sapevano, però conio e poi diffusione erano fenomeni per buona parte dipendenti da logica. Il lavoro di accademici come Dumézil e Eliade è una delle cose da 'mettere in bacheca' dopo un secolo interamente teso al laicismo immotivato di chi si proclamava invano 'ateo' o 'agnostico'. Ma esso, purtroppo, non poteva trovare il 'bandolo della matassa' di un enigma rimasto insoluto per secoli, prima della soluzione di Memoriale.
Per Eliade, diversamente da Guénon, non provai mai amore. Lo trovavo piuttosto 'morto', come si potrebbe dire di qualsiasi persona che non sente una grande attrazione per il presente (qualunque esso sia). In ogni secolo, nacquero uomini che arricchirono il materiale di raccolta del passato per propria natura più che per un ideale personale. Essi si frappongono tra l'esperienza attuale e la ruminazione del passato, sostenendo che del presente manca qualcosa di determinante che possa attirarli verso di sé. Se questi uomini fossero anche portatori di un'idea rivoluzionaria, avremmo grandi maestri. Se invece sono - come nel caso di Eliade - soltanto cultori di testi e di idee, abbiamo il singolo studioso che conquista una cattedra all'università e costituisce referenza per quella materia. Eliade è stato un crocevia obbligato del secolo, per tutti coloro che - esoteristi o nostalgici evoliani che fossero - ambivano a una sistematizzazione del sacro. Oggi, l'incrocio viene in parte liberato e i loro testi forniscono solo una terminologia a chi ne ha bisogno. Tanto che alla fin fine di Eliade rimane una cattedra, qualche saggio interessante e un bel romanzo giovanile. Per chi voglia comprendere la portata delle manifestazioni del sacro nell'antichità, il suo testo più noto resta sempre un punto obbligato. Per coloro che vogliono proseguire sulla strada avviata da Memoriale, sarà bene riguardarvi il meno possibile proprio per non farsi venire dubbi inutili una volta lasciato l'incrocio in direzione della tangenziale. Se lo rileggete, sappiate che sono pietre e ciottoli. Non più sostanza viva.
Infine: periodicamente vedo riproposta sulla stampa la sua simpatia per l'ideologia nazista, cosa che se non infondata è certamente abbastanza lontana dal vero. Egli stesso, se fosse presente, smentirebbe allo stesso modo di quelli che dicono: "Io non ho mai detto quella cosa".
Pagina del 13 marzo 07, ultime modifiche il 14 marzo 07