Essere di ausilio al passato dell'essere

In quasi tutte le lingue del mondo, esiste il verbo 'essere'. A un primo esame, parrebbe un elemento importante quanto l'aria che respiriamo. Eppure la top words di Grammatiche lo registra(va) solo al 22° posto. Lo precedevano non solo pronomi personali, ma anche quattro altri verbi (parlare, capire, volere, andare). Perché? La spiegazione sta qui nella filosofia, oltre che nella solita logica. Tu sei qualcosa, ma nel momento in cui scambi conversazione e relazioni agli altri il parlare interessa di più. Tu sei qualcosa, ma mentre parli è necessario anche che qualcuno capisca. E per fare poi qualcosa è necessario esprimere il concetto del 'volere' qualcosa. E vivendo, capita continuamente di muoversi con il proprio corpo e andare da qualche parte. A corredo, dicevo anche che non è sempre facile imparare la coniugazione del verbo 'essere'. Eccoci dunque all'interno di un interessanti mistero della grammatica. Nei tempi passati composti, quelli con l'ausiliare, tu eri qualcosa che oggi potresti non essere più. La lingua italiana, che oggi raramente fa dire nella oralità il passato remoto (io fui), dà sempre un passato prossimo (io sono stato). L'intero campo di dominio risulta occupato da questo tempo, poiché infrequente diventa ormai anche il trapassato prossimo (ero stato).

Ebbene, voi sapete che questo passato prossimo già ci diede da discutere (vedete che qui nemmeno l'ho preso). Dissi: se l'azione è già interamente conclusa in un tempo precedente, regola vorrebbe che usassimo il passato remoto. La stessa regola dice che il passato prossimo farebbe una sua comparizione legittima soltanto se l'azione si fosse ripetuta per un tempo indefinito e continuato fino al momento considerato. Così, se voi vedeste Casablanca una sola volta dovreste dire: "Vidi quel film nel 1960". L'atto fu unico e si concluse in unica soluzione. Se invece l'avete visto più volte, la frase "Sì, ho visto Casablanca" risulta non errata. Problema è che, salvo Sicilia e qualche zona del sud Italia, a nessuno viene più il passato remoto nella lingua italiana orale. Ieri è sorto un ulteriore motivo di discussione, dopo che in una pagina francese ho ravvisato una strana discrepanza tra le lingue nell'uso dell'ausiliare per questo tempo passato dell'essere.

Sono stato a casa di Maria
diciamo in italiano

J'ai été chez Marie
dicono in francese

I've been at Mary's
dicono in inglese

Mentre la lingua italiana usa l'ausiliario 'essere' per accompagnare l'essere, la lingua inglese e quella francese usano l'ausiliario 'avere'. Com'è possibile? Soprattutto, come mai chi usa l'una forma trova ridicola l'altra? Per cominciare, occorre premettere che non possiamo trasferire pari pari una formula nell'altra. Solo ad esemplificazione, potrei dire che "Gli Inglesi dicono Io-ho-stato" o che "The Italian people say I'm-been. In verità, queste due frasi non hanno un senso perché non possiamo trasferire in ciascuna lingua l'uso dell'altra. I've been non è Io-ho-stato e Io sono stato non è Je suis été. Se in questa sede l'ho fatto, era solo per dare un'idea. La realtà è soltanto il nascere, in epoca ormai remota, delle rispettive formule in ciascuna delle lingue considerate: da noi nacque e si stabilizzò per tutti 'sono-stato', da loro nacque e si stabilizzò per tutti 'I've-been'. Ciascuno è in pace con se stesso, poiché non nutre dubbi, e così intere nazioni campano bene con la formula che usano. Allora perché un bel giorno io improvvisamente oso entrarvi? La novità rivoluzionaria starebbe nello spiegare il perché dei due apporti di civiltà differenti, qualcosa che nessuno finora aveva mai fatto. In apparenza, potremmo dire: "Non sarebbe giusto che tutte le lingue che coniugano il passato prossimo con l'ausiliario ne usassero uno?". In fondo, se dico "Avevo fatto" questa formula resta identica e non cambia nemmeno da loro (verbo 'avere'). Allora, perché al passato prossimo dell'essere cambia? Ecco l'oggetto di questa pagina, coraggiosa nello scrutare fino in fondo i restroscena e le logiche di ciò che emettiamo ogni giorno.

Osserviamo intanto che la coniugazione dei verbi 'essere' e 'avere' è irregolare. Ve ne accorgereste, anche se non lo sapeste, da vari elementi. L'ente ad esempio non esiste, nel senso che anziché il normale participio diventa un sostantivo. Questi due verbi, lo sappiamo, compaiono non solo al loro posto ma anche insieme con gli altri quando questi altri si coniugano al passato prossimo (ed essendo di ausilio vengono chiamati appunto 'ausiliari'). FAQ. Se non avessero questa funzione, come farebbero gli altri verbi? Se non esistessero ausiliari, gli altri verbi si coniugherebbero da soli e così, non potendo dire 'Io ho visto', diremmo soltanto 'Io vidi'. Altri tempi composti (esempio, trapassato) si coniugherebbero con l'aggiunta di un avverbio e così anziché dire 'Avevo visto' diremmo 'Vidi prima' o 'In precedenza vidi'. L'esistenza di questi ausiliari cosa apporta alla grammatica in quanto struttura? Dà una semplificazione, poiché fare a meno dell'avverbio significa poter situare in precedenza l'azione con la semplice presenza del verbo. E il tempo dell'ausiliare mi dà appunto la sfumatura: 'ho visto' non può essere antecedente a 'avevo visto', ecc.ecc. L'ausiliare serve a dare una stampella al verbo che si deve usare.

Quando il verbo è transitivo ed è in forma attiva, l'ausiliare è sempre il verbo 'avere'. Ho fatto una doppia chiave. L'azione, esplicandosi all'esterno e implicando un passaggio dal soggetto a un oggetto, esige il verbo che fonda l'attività e non la condizione. Noterete subito la differenza tra 'aver fatto' ed 'esser fatto'. Se il verbo è intransitivo, 1) in alcuni casi richiede 'essere' e 2) in altri 'avere'. 3) In altri, perfino entrambi. Sono vissuto bene coesiste con ho vissuto bene, e nessuno ha potuto fondare una regola che privilegiasse uno dei due. Qui tornerete, per analogia, a una pagina di Grammatiche che parla proprio di una condizione ormai legittimata anche dell'avere in un campo che fino a 30 anni fa si diceva essere solo riserva dell'essere. Pensate all'esempio proposto, del verbo 'piovere'. Nei verbi riflessivi è ovvia la necessità dell'essere (Mi sono pettinata). FAQ. Quando usiamo un verbo ausiliare errato, notiamo immediatamente che non suona. Come mai? Il motivo sta nella peregrinità, come quando voi suonate un pezzo al pianoforte e in mezzo ponete una nota sbagliata. Perché è sbagliata? Perché non fa parte dell'accordo che costituisce il pezzo in quel punto. Così se dico: "Mario non sopporta il caldo e non è potuto resistere sotto quel sole", se non siete proprio negati vi accorgete subito che quel verbo 'essere' per il potere è come una nota peregrina. FAQ. Ma non sembra che vi sia una regola. 'Resistere' può anche essere intransitivo. Certo, e difatti prende entrambi. Caso 3, tra quelli appena ricordati. Non esistendo regola, salvo che siano transitivi attivi (avere) o verbi alla forma passiva (essere), caso per caso la nota giusta vi farà eco nelle orecchie come capita a un musicista. Quella è appunto la 'stampella' cioè l'ausiliare richiesto per il caso. L'auxilium latino significava 'aiuto'. Così, ogni verbo che abbia bisogno di quell'aiuto dai due ausiliari è come se li chiamasse ogni volta (e quando lo fa con uno non chiama anche l'altro, salvo che questa accada negli ultimi tempi per effettiva convivenza dei due).

Se io ho visto Casablanca quattro o più volte, l'azione non è isolata nel tempo. Qui anche la lingua inglese, più ferrea e logica delle altre, consente il passato prossimo (perfect tense) e così diremo tranquillamente "I've seen Casablanca a lot of times". Ausiliare 'avere', perché verbo transitivo attivo. Ma, eccoci al punto, quando il verbo al passato è proprio l'essere questa lingua usa l'avere nonostante il verbo non sia transitivo. I've been to Italy three times. Se voi lo concepite in italiano, penserete che corrisponda all'avere stato in Italia per tre volte, ma per i madrelingua (francesi e inglesi) non è così. Perché? Ecco dove risiede il nucleo principale di mistero.
Nelle lingue dove nacquero questi verbi, in origine dovettero esisterne di talmente pochi da assorbire l'intera casistica. Supponete di proiettarvi 2300 anni fa, indietro nel tempo. In quell'epoca, fu un evento già il nascere di un tempo verbale. Pensate alle lingue ideografiche, nelle quali spesso nemmeno lo esprimono. All'inizio dovette formarsi un tempo unico (past simple tense), il nostro 'andai'. In inglese, I went. Esso si contrapponeva, concettualmente, al presente perché già la filosofia e la logica possedevano questa contrapposizione. Anche a una mente primitiva, avremmo spiegato con una certa facilità che l'azione di andare era già accaduta (passato, past) al momento in cui si parlava. Altrimenti, l'avremmo vista nella contemporaneità cioè avremmo visto il soggetto camminare e andare in quel momento (presente, Io vado, I go). Non avendo il tempo continuato (I'm going) certamente l'originario presente copriva tutto il possibile contemporaneo e tutto il possibile futuro. Le complicazioni cominciarono a sorgere quando fu necessario distinguere. E a quel punto si formò, come detto, l'esigenza dell'auxilium a ciascun verbo. Nel formarsi, le lingue prendevano quello che già possedevano. La lingua inglese o la lingua francese avrebbero potuto aiutare il verbo 'essere nel passato' con un altro essere? No. Essere fu una condizione unica. Il 'sono' (I am), diventando 'sono stato', come poteva trasformarsi in 'am been'? Sarebbe stato contraddittorio coniugare un presente e una condizione passata. Come dire, da noi, "Io vado andai" o "Io vado andato". Non che fosse poco congeniale il suono: occorreva una logica interna, e questa sarebbe stata mancante. La lingua italiana compone ogni passato prossimo con un presente del verbo essere unito a un participio del verbo in questione, cosa che a quella inglese non piacque. Se io dicessi 'I am been' suonerebbe quasi come uno scontro. Secondo, realistico motivo (concomitante o alternativo, non so): l'espressione avrebbe confinato pericolosamente con il frequentissimo e ortodosso 'I'm being' che si sarebbe formato in seguito per il tempo continuato (tempo tuttora esistente). Come fare? All'inizio, nessun emittente possedeva concetti come 'attivo' o 'transitivo'. E così la lingua inglese, che non considerava regole cogenti e faceva comporre secondo logica, non aveva altra possibilità: considerare il verbo essere come gli altri. FAQ. Ma perché non possedevano, nella mente, queste cose? Perché all'inizio il nostro cervello non distingueva tra momenti precedenti e seguenti nel tempo. Gli uomini parlavano di quello che vedevano, e così all'inizio nacquero verbi 'unici' per descrivere un presente. Gli ausiliari vennero molti secoli dopo. Un residuo della originaria concezione esiste ancora oggi, nella lingua russa. Questa non ha nemmeno eliminato l'originaria concezione (esempio rarissimo). Ancora oggi, ogni verbo della lingua russa possiede due forme che lo divaricano anche come suono: azione già conclusa e terminata, azione presente oppure ancora in corso oppure potenziale. Per i Russi aver letto un libro due giorni fa richiede un verbo diverso dal leggerlo domani. Per noi, è sempre 'leggere'. Per loro è un altro verbo. Questo spiega come all'inizio, con una struttura cerebrale sommaria, gli uomini arrivassero all'idea di cose già terminate (al momento di parlarne) oppure cose che non avevano un tempo già delimitato. Per loro, dire 'tre giorni fa ho letto Anna Karenina' non era lo stesso che dire 'mi piace leggere libri'. Però, questa distinzione era sommaria e anziché far ricorso all'ausilio di un essere o di un avere faceva coniare addirittura un verbo diverso. FAQ. E come mai è rimasta, in lingua russa?. Perché sarebbe stato complicato abbattere di colpo o progressivamente il 50% della grammatica verbale, comunicando a tutti una diversa struttura. Queste cose vengono imparate dai ragazzi, d'istinto, automaticamente. E poi le conservano per sempre, disponendone da adulti a piacimento. FAQ. Questo discorso come si ricollega all'ausiliare? Si collega solo mediante comprensione logica. Se io spiego a un ragazzino di tanti secoli fa la differenza tra un'azione già conclusa e una ancora potenziale o da farsi egli non apprende i tempi ma solo una distinzione di natura.
Quello che ha fatto tre giorni fa è già accaduto, tutto il resto no. Nelle lingue occidentali ancora in formazione, le concordanze si formarono al 50% per logica e al 50% per conformità di suono. Con tutta probabilità non avrebbero potuto immaginare un 'am been', se l'azione era già accaduta. Cosa che invece, al momento del bisogno, apparve più accettabile con un 'have been'. Sarebbe stato, in fondo, come un 'già ho avuto la condizione di essere quella cosa'.

Per il francese, vale un discorso simile. Nessuno avrebbe immaginato un 'je suis été' perché anche qui sarebbe parsa una contraddizione in termini, quasi uno scontro. Sei ora una cosa già stata? Sarebbe stato illogico sia il suono sia il concetto. E così, seppure non piacevolissimo, il suono 'avere + essere' si affermò nei composti del verbo essere al passato. Cose che si sistemarono in quel modo, come quando noi vediamo rocce presenti in un luogo formatesi dall'apporto o dallo sgretolamento di altre rocce. Tutti questi accadimenti portano il sigillo unico di un'epoca dei primordi, in cui tutto si formò e poi si sistemò con apporto umano di riproduzione della natura. Un sottile mix di fonetica e logica che prese appunto il nome di 'sistema grammaticale'. Quando venne accettato pian piano da tutti, fu poi codificato. Certo, nessuno 18 secoli dopo sarebbe andato a scavare in queste cose. In questa sede, con un tantino di penetrazione ci siamo riusciti.

Pagina pubblicata sull'INFO il 20 luglio 07