Evola

Negli anni '90 andai un giorno a Carmagnola, a trovare Giovanni Oggero che da amministratore e titolare unico curava le sue edizioni Arktos. Pochissimi esemplari in tirature di dimensioni familiari. Sapendo che era egli stesso cultore del filone 'tradizionale' che pubblicava, feci soprattutto un'utile chiacchierata su quel tema centrale. Oggero mi offrì cortesemente una sedia e con una tazzina di caffè ci appartammo prima nel salotto e poi nel cortile della sua casa, che faceva anche da sede dell'editrice. Prima di andare via, pagai un'edizione rarissima (francese, tradotta dall'italiano) di un libro molto citato di Giulio Evola, che in lingua francese faceva 'Le chemin du cinabre'.

Quel libro, che ancora oggi preservo in un angolo 'custodito' della mia libreria, era stato 'appetito' da un certo numero di cultori di quel filone, soprattutto perché risultava essere - per numero di consensi - il più interessante. Più che biografico, direi. Somigliava al mio stesso stile: esso parlava, in sequenza argomentata, delle esperienze culturali nutrite dall'autore... come se 'biografia' fosse appunto quel che capita e che viene curato giorno per giorno. Era stato pubblicato nel 1963, quando Evola virava intorno ai 65 anni e aveva fatto più o meno le esperienze che qualsiasi mistico non convertito del secolo XX° avrebbe desiderato fare. Dapprima pittore, con etichetta dada, poi filosofo anti-materia e depositario di una passione per le tradizioni antiche che negli anni '30 e '40 trovò alcuni percorsi paralleli (un giorno parlerò di questa gente, da me molto apprezzata). Di Evola, ancora oggi, mi piace molto proprio il cammino: sprezzante dell'università al punto da abbandonarla, incurante delle schedature al punto da non esser mai 'qualcuno' per chi avrebbe dovuto compilarle, egli visse - fino all'anno di morte, 1974 - un'esistenza molto bella perché sgravata da preoccupazioni materiali e scrupoli per sé. Accolta la suggestione delle caste, si illuse (diciamolo, poiché non è 'peccato') che il breve periodo 'fascista' avesse sviluppi successivi e rispolverò per sé - più che per gli altri - una teorizzazione delle razze (non della razza! attenti). Molti dimenticano sempre che durante le varie 'ere' nessuno può avere già chiaro cosa succederà in seguito. Evola, alla fine anni '30, si illuse appunto che le separazioni ideologiche indotte da nazismo e fascismo contenessero un involucro concettuale. Reperire sue frasi e testimonianze dell'epoca, come hanno fatto di recente alcuni autori nel rispolverare ancora una volta il suo pensiero, serve poco se non si ricorda ogni volta che gli uomini del secolo scorso pensavano di cose 'libresche' talvolta ricollegandole a piccoli eventi del presente. Colui che negli anni '30, come Eliade o Guénon, si fosse trovato a studiare i miti dell'antichità sarebbe facilmente arrivato a citare quel breve presente 'dittatoriale' dell'epoca come immaginaria culla di una reviviscenza. Certo, cosa ingenua passare dalle caste indù alle idee hitleriane o alle leggi antisemite del nostro fragile Stato. Eppure, agli uomini idealisti dell'epoca succedeva. Guénon non ci cadde mai, perché nella sua purezza mai s'interessò di politica. Eliade non ci cadde, ma rischiò qualcosa nel momento in cui stabilì un nesso con due o tre riferimenti pubblici. Evola, invece, vi si trovò immerso poiché la presenza già fiorente di scritti e interventi suoi arrivò a portare quelle cose sul tavolo del Duce. Questi un giorno volle proprio incontrarlo, per manifestargli il suo apprezzamento. Cose, naturalmente, che non piacquero poi ai fiorenti apologeti della Resistenza e del dopo-guerra democratico. Questi non esitarono mai a 'ritirare' dalle loro cantine un Evola strettamente imparentato con la destra, cosa che oggi non sappiamo ormai cosa significhi. Se studiare le gerarchie sociali delle antiche tradizioni, condividendone la sostanza in senso 'tradizionale', significa essere di destra siamo come a un punto cardinale e basta. Quando io salissi, tra due mesi, al governo affermando di essere un rinnovatore dell'antico concetto di 'auctoritas' certamente non rientrerei nella destra politica. Non so, dunque, in quale altro modo comunicarvi che quelle classificazioni suscitano una certa pena, se non consigliandovi - come al solito - di andare agli uomini e non alle parti politiche - eventualmente - da loro rappresentate. Io posso capire che quest'autore non tornasse gradito a una larga parte degli autori a lui contemporanei, per la posizione defilata e anche poco comprensibile. Importante č, come al solito, non ricadere nella tentazione di ricordare gli uomini con etichette e punti cardinali.

Di Evola avevo già letto, con molta attenzione, il libro più classico. Quella 'Rivolta contro il mondo moderno' che, spazzando via l'onnipresenza dei simboli falsi del presente, riportava la lente sullo studio delle civiltà antiche considerate nella loro struttura sociale (regalità, caste, iniziazione ecc.). Come per i libri di Guénon, avremmo detto: "Vuole mantenere viva quest'attenzione per non alimentare falsi desideri legati al falso potere di un'epoca sconsacrata come quella attuale". Come lui, Evola rifiutava il fisico per ridare presenza al metafisico. Nei meccanismi elettorali, come nelle masse, vedeva il punto di partenza di una degenerazione poiché 'è assolutamente estranea alla Tradizione l'idea che i poteri vengano al capo da coloro che egli governa'. Trasferito (da me) in una metafora è come se noi pensassimo che, anziché avere impulsi motori guidati dal cervello, sia il sistema nervoso a guidare quest'ultimo. Tornerete qui alla tematica di cui ho parlato su Apoteosi: se c'è, per gerarchia naturale, chi governa questi non può essere nominato dalla scelta numerica di coloro che devono essere governati. Se mai succedesse (elezioni), la cosa sarà anzi molto pericolosa. Questo, naturalmente, non fu mai 'pensato' dal secolo XX°, che al contrario privilegiò - perfino nelle citazioni - il meccanismo elettorale come garanzia di democrazia dimenticando che non si può consegnare le decisioni a chi non nacque per prenderle. E non ha senso, ripeto, pensare che questo sia di destra o di un centro illuminato. E' semplicemente un fatto di natura.

Evola 'galleggiò', in un'epoca a lui tanto contraria da non elevarlo mai al rango di vero e proprio autore e anzi lieta di metterlo ogni volta in discussione. In questa sede, non intendo certo negare a me stesso che egli nel seguito abbia avuto scarsa importanza. Costante della sua vita fu anche una certa suggestione iniziale (delle cose, sugli uomini) non seguita da una vera e propria realizzazione. Non è un caso che oggi si ricordino pochi dei suoi testi. Ad Evola, attraversato da un certo fuoco, mancò la consapevolezza di un'arte specifica e la concentrazione di chi diventi una cosa sola. Egli si agitò e operò come quegli artigiani che costruiscono un mobile bello nelle fondamenta ma esteticamente carente nelle forme e nell'utilità funzionale. E si gettò nell'anno (1974) più 'metafisico' degli ultimi 30. Già a quel punto, con una morte scarsamente ricordata, ci saremmo accorti che alla sua eredità mancava una sistemazione personale. Ciò di cui aveva parlato era materiale di cui altri avevano già trattato, e il presente non aveva mai trovato nessi a partire dal secondo dopoguerra. Facile pensare che molti dei suoi libri restassero cosė semplici 'esercitazioni su un tema'. Restò però anche la gioia postuma e mai sopita di chi veda un autore della contemporaneità tornare alla menzione del Kali-Yuga, rinverdendo la secolare consapevolezza di dover avere pazienza. Il presente sarebbe stato ancora 'oscurità', non si sa per quanto. Forse per 30, forse per 80, forse per 200 anni. Pur tuttavia, i testi assicuravano che alla fine del Kali-Yuga si sarebbe rivista la luce. E il nostro, al termine della Rivolta, recuperò la mai dimenticata Shambhala con la metafisica antica del Centro e del Polo. Nutrire desideri, pensare spiragli, fondare miti nel presente. Cose che chi conobbe Evola gli scorse, nel corpo. Cose che alcuni, instancabili, utopisti del secolo scorso continuarono a non perdere di vista, nel pensiero costante di uno scenario completamente diverso da quello percepito dai cinque sensi.

Pagina del 5 aprile 07