Julien Green

L'uomo che attraversò tutto il secolo

In un lontano giorno del Restauro, ricevendomi nel suo appartamento di Genova, il professor Antonio Mor mi mostrò una parte delle sue cose. Interesse della sua vita era stata la letteratura di lingua francese. Ma egli mi disse che ciò che forse rimaneva di più era una lunga corrispondenza con Julien Green. Per me fu un ricordo degli anni '70, quando - nei miei frequenti soggiorni parigini - mi capitò di imbattermi in una dei tanti frammenti del suo infinito 'Journal'. Quello che mi aveva fatto conoscere l'autore era l'edizione originale Plon del Journal 1928-1934

Pare che Green avesse avuto anche una sorella residente nel capoluogo ligure, per un certo tempo. Cose ormai lontane da noi, naturalmente. Per parlare di questo autore dobbiamo fare un'immersione nel secolo XX° più che altrove, dal momento che le cifre di inizio e di conclusione della vita coincidono quasi con i numeri del secolo. Julien Green (1900-1998) sembrava davvero un uomo 'senza patria'. Nato a Parigi da genitori americani con ascendenze britanniche, aveva creduto da giovane di avere una generica vocazione artistica che mai trovò altra 'uscita' fuori della letteratura. Egli finì nel novero di quei letterati che attraversarono il Novecento da cima a fondo senza mai deflettere da un'ottica letteraria. Ne fu al centro perché, come per una grande attrazione interiore, cominciò a nutrirsi di una lunga ricerca mista a diari di giornata che per tutti noi fu sempre e soltanto 'letteratura'. Tenere un diario non consente vie di mezzo, tra i due estremi del dilettantismo (quello che avrebbero tutti) e della narrativa vera e propria (quella che gli altri ufficialmente considerano, di te, quando ti vedono 'scrittore'). In realtà, egli considerava il suo diario come un lungo romanzo in gestazione, che avrebbe avuto una produzione autonoma nel momento stesso in cui l'autore incrociava cose e persone. Come in certe enoteche, che si riforniscono di vino pregiato a poche centinaia di metri, Green ebbe sempre una certa quantità di 'prodotti' da coltivare. Essendo saggio e riflessivo fin da giovane età, ne trasse profitto tutto suo personale. Quel 'diario di vita' (più correttamente, la lingua francese lo concepì 'journal') nacque nel 1928, quando Green - che per classe seguiva in pratica il procedere del secolo - si trovava a fare un giorno colazione con Malraux e un altro una visita a Gide, che per noi lettori postumi non doveva esser niente male. Allora, a Parigi ci si frequentava. Nel mezzo, egli leggeva... leggeva... fino a perdersi nella cultura letteraria ormai intrisa di storia dei secoli che lo precedevano. Aveva studiato negli Stati Uniti, ma come per improvvisa fortuna la capitale francese gli aveva aperto 'occhi sensibili' a quel crocevia di tante correnti che fu la seconda metà degli anni '20. E quel diario non avrebbe più avuto fine. Nei miei primi 20 anni ricordo di aver visto in vari luoghi diverse datazioni della fine: qualcuno lo faceva terminare nel 1955, qualcuno nel 1979. Sembrava una magia che non terminasse mai, quasi a confondersi con il procedere del secolo che aveva accompagnato. Ancora nel 1983 vidi da qualche parte - non ricordo dove - un dodicesimo (?) volume, quasi a dare la conferma che i lavori sarebbero stati sempre 'in corso'. Il Journal non finiva mai proprio perché Green non aveva mai smesso di scrivere, trascinato da un numero abbondante di passioni e di interessi. Non riuscii mai a contare e sapere quante precisamente fossero state le diverse uscite di quel diario (gli stessi repertori portavano date differenti).

Intorno ai 30 anni, Green era sempre molto attento alle sue 'visioni' diurne, tanto da non poter fare a meno di registrarle.
25.8.1933. De retour à Paris. Conversation avec Y..., étudiant russe qui me prédit que l'exposition n'aura pas lieu. Et pourquoi donc? Il baisse la tête, puis la relève et me dit d'un air grave:
"Parce qu'il va y avoir la fin du monde".
Cet événement doit se produire entre le 15 et le 20 septembre prochain.
"Qui vous a dit ça?"
Réponse: "Un ami qui s'est spécialisé dans l'étude de ces choses".
"Et puis, s écrie Y..., un peu agacé par mon calme, c'est certain, c'est dans la Bible".

Fisicamente, le foto dell'epoca avvicinano il suo volto a quello di un Modigliani più magro e scavato. Qualche anno prima, si era iscritto a un istituto d'arte... disegnando, pure... senza peraltro ricavare molto in qualità di ispirazione personale. Ma la sua osservazione - con tutto il gusto che può marcare un occhio amante dell'arte e a tutto interessato - fu trasferita ben presto proprio nelle pagine scritte, dove faceva apparizione anche la menzione di un certo numero di opere d'arte soprattutto del Louvre.

23.10.1931. Devant la Joconde, j'entendais dire que cette peinture créait l'illusion de la vie. Elle crée bien plus, elle crée l'illusion du rêve.

Green pareva attratto da figure e immagini di Cristo, che più gli rammentavano l'esigenza di un sapiente rifugio in ciò che aveva monopolio dello spirito nella società occidentale. Ma più di tutto, stando alle sue impressioni dell'epoca, lo colpivano i quadri dei fiamminghi. Tale era l'impatto delle immagini che alcune sue opere nacquero proprio da un ricordo visivo, da un'immagine, da una vecchia foto. Adrienne Mesurat, che risale al 1927, portava alle radici un'immagine di Utrillo. Il precedente Le voyageur sur la terre pareva una rassegna di reminiscenze dell'infanzia. Altri, come Moira, furono il trasferimento in scrittura di un sogno. Sognava, sognava sempre molto. Queste immagini portavano probabilmente ricordi ancestrali, mescolati a sentimenti di colpa (vedi il suo senso del peccato) e ritrosie rispetto al puro e semplice 'caos' esterno. Cose che nel Novecento diedero quasi sempre 'conversioni' al cattolicesimo o comunque alla religione 'organizzata' del luogo. Contava anche l'educazione puritana e tradizionale ricevuta da genitori protestanti, che mai avrebbero desiderato vedere un figlio afflosciarsi in cose piccole e leggere. Il 'convenzionale' della vita di Green era stato proprio la continua ricerca interiore, mai deviata verso altre arti che non fossero quelle di una normale scrittura quotidiana. Convenzionale perché mai segnato da potenti 'uscite' dal sé. Il ruolo di Julien Green, nella vita, fu visto come una presenza spirituale 'sui generis' che di mala grazia avrebbe sacrificato l'interno alle voglie istantanee del corpo. Chi vedeva Julien da giovane trovava già un 'uomo maturo' - a dispetto dell'età - che sentiva il senso del peccato. Per molti scrittori europei della prima metà del secolo, la ricerca prese la dimensione di un problema religioso proprio a causa del mancato 'riscatto' operato dalle Chiese in un'epoca in cui le conquiste della fisica e della biologia avrebbero messo in crisi le coscienze migliori. Occorreva distaccarsi dalla materia, e non tutti ne erano capaci. La compensazione finì appunto nella ricerca del sé, come a cercare 'dentro' qualcosa che 'fuori' non si trovava più. I conflitti, talvolta associati a quelli reali delle nazioni, spingevano allora verso un 'riflusso' che non poteva che generare letteratura (si veda un Bernanos, ad esempio). Di Malraux passò alla storia proprio una frase in favore della religione, senza mai pensare che quella frase era solo una vaga utopia proiettata in un nuovo secolo che ancora restava distante e ignoto. Green arricchì il lato tragico della esistenza, non sapendo resistere a un abbraccio 'fatale' con il mondo cristiano concepito come 'grande apparato' che governa il bene e il male secondo leggi proprie. Le vicende da lui narrate declinavano sul cupo, sul senso tragico della vita a cui dava soccorso un modo di pensare 'ricalcato' sulla mentalità cristiana oppure protestante, quasi che ancora nel Novecento si registrassero echi di morale e di personaggi biblici. Scrittori come Gide e Green, in fondo, non trovavano surrogati della religione. E ogni impulso - allontanandosi dalla carne, come in Green - finiva in scrittura, diventando questa un vero e proprio rituale giornaliero.

Per Green la scrittura diede romanzi, alcune raccolte di novelle, commedie, una decina di saggi e il 'diario infinito' di cui ho detto. Non erano libri che si vendevano o che si vedessero molto, ma cose di cui si dava annuncio presso coloro che lo stimavano e lo seguivano. Essi sapevano che Julien Green non avrebbe potuto fare altro che scrivere, secondo una sensazione costante della gente stessa che gli si rivolgeva. Egli fu 'scrittore' tout court, senza una vera classificazione, potendo vedersi più come 'coscienza' che come 'artigiano all'opera'. Con Julien Green avevi sempre la sensazione di colloquiare con uno spirito, più che con un cervello del nostro tempo. Non altrimenti si potrebbe, del resto, pensare di una persona che attribuisce all'uomo 'un problema in mezzo alle gambe' (frase, questa, circolata molto in Francia anche in ambienti omosessuali).

Nella foto qui a sinistra, Julien Green come appariva all'età di 91 anni (foto apparsa per qualche tempo nel Memoriale del Restauro).

Julien Green fu guardato con il rispetto con cui si guarda a un'istituzione, sia dai connazionali sia dai giornalisti che si recavano a trovarlo nella sua abitazione parigina di rue Vaneau. Egli era stato Julian, come americano, per i suoi parenti. Solo per l'editoria e per il pubblico francese diventò il più commestibile Julien, per poter essere pronunciato meglio alla fine (nessuna nazione è amante quanto la Francia dei suoni della lingua nazionale). Egli appartenne a quella categorie di persone con una doppia nazionalità anche nei pensieri e nella vita, non disgiungendosi mai una lingua originaria dall'altra. Ma per lui restò difficile dire quale fosse la più vera, essendo nato comunque in mezzo ad ambiente e suoni francesi che sarebbero pur sempre prevalsi - scrittura compresa - su quelli inglesi di corredo genetico. Essendo stato rispettato come 'saggio' in anticipo, e non avendo mai avuto problemi con l'editoria di Francia, finì come tanti altri nella prestigiosa Accademia. Scherzosamente, diceva sempre di andarci solo in occasione di votazioni. Certo è che la sua figura attraversò il secolo come un 'luogo della coscienza'. Purtroppo, una coscienza che non seppe andare al di là del cristianesimo e si adattò così a passare nei libri come 'cristiano convertito'. Parlava di Dio come per immaginare il punto più alto a cui sarebbe sempre arrivata la nostra coscienza. Come tanti altri, non avrebbe immaginato che il segreto restò come 'sotterrato' per secoli in fondo al mare.

Questa pagina fu pubblicata il 20 novembre 2006