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Giorgio Manganelli |
Il mangiatore di testi
Manganelli fu una mia passione breve, di qualche stagione. Contrastata sempre da alcuni dubbi mai dissipati. Cose che non si possono dire a tutti, quando ti accorgi che sarebbero di pochissimi. Lo scrittore si incontrava spesso, perché aveva stampato molto. L'uomo non era facile da incontrare, perché non amava la pubblica presentazione e il convegno. Lo vidi soltanto una volta, una mattina del 1988. Facevo colazione in un bar molto animato vicino a una delle sedi Rai più trafficate. Manganelli abitava nel quartiere romano di Prati. Arrivato al bancone, vidi con la coda dell'occhio una fisionomia che mi diceva qualcosa. Figura tozza e poco armonica, baffi, fare casual. Ma la cosa che più mi colpì fu l'involucro enorme che portava stretto al braccio, nel modo in cui gli studenti portano a scuola la cinghia piena di testi: Manganelli portava ripiegati nel loro caratteristico 'quarto' qualcosa come 8 o 9 quotidiani freschi di giornata. Mai ne avevo visto così tanti, tenuti insieme da un'unica persona. Essendo mia specialità le uscite rapide e improvvise osai fare una domanda che suonava un tantino ironica. Non saranno troppi? Non esitò neppure un attimo, e colta la palla al balzo mi rispose secco: "Lavoro! Tutto lavoro!".
Due anni dopo sarebbe scomparso. Pochi avevano vissuto come lui la letteratura, nel Novecento. Troppo serio per finire sulle bocche del volgo, troppo profondo per farsi conoscere in altri modi, Giorgio Manganelli fu semplicemente un grande cervello della scrittura. La sua scrittura, plastica e liquida come un enorme vaso pieno di liquido, inondava i libri più che riempirli di caratteri. La sua vita fu un continuo taccuino di viaggio, perfino quando si recava da casa al bar. Una mente eternamente in funzione, mai doma, mai tranquilla. Con una passione per le lingue e per la raccolta di dizionari che aveva tutta la purezza degli autodidatti che diventano scienziati a casa propria.
Pubblicò libri dopo i 40 anni. Un autore che comincia a pubblicare nella mezza età (fatto oggi frequente) dovrebbe chiarire a tutti: "Io fui sempre autore, voi prima non mi conoscevate. Tutto qui". Come ha fatto l'autore di questa pagina, con chi lo legge sul Web. Ecco ridotte tante questioni a una pura e semplice constatazione, che vale a situare la nostra vita nelle fasi che realmente l'hanno segnata. E' cosa ovvia che quando sentisti gli impulsi non lo dicesti alle agenzie di stampa e non avevi nemmeno un editore pronto. Qualcuno può credere che siano poche le persone che sono qualcosa che gli altri non hanno mai saputo, però esistono. E chi è scrittore lo è ugualmente, sia che pubblichi libri sul mercato sia che non ne pubblichi. Manganelli visse anche un suo lato tragico dell'esistenza, quando ancora gli altri non sapevano chi era. Fu poi tra i tanti autori che avevano compreso quanto poco servisse la scuola contemporanea. Dopo aver 'quasi' sbagliato facoltà di laurea, si servì in gioventù dell'insegnamento per avere uno stipendio e poi per vedere cosa fosse la letteratura inglese all'università. Quella cosa che eruditi come Mario Praz ed Elémire Zolla avevano appena odorato, non arrivando mai a trasferirla in ateneo se non per suggerimenti e consigli, non prese in pieno nemmeno il Manganelli di mezza età che appena potè se ne andò (ed aveva ormai i 50 anni fatidici di ogni buon letterato che si conservi). Unica sede di vita, unico luogo frequentato dall'autore fu il testo, per tutta la sua vita. In un secolo che aveva mandato all'Inferno proprio i seguaci di qualsiasi dogma religioso, quale sorte poteva avere la letteratura? Poteva mai serbare un 'giardino di riparazione' e un'ancora di salvezza per coloro che avevano rifiutato qualsiasi Chiesa? Su questo Manganelli fu chiarissimo, e non ebbe paura di dirlo: era scomparso, per lui, qualsiasi collegamento con la verità perché il linguaggio aveva adescato irreparabilmente le coscienze. Questo era il messaggio centrale di Letteratura come menzogna (1967, poi ripreso da Adelphi), che a suo tempo aveva irritato gli ambienti più ortodossi. E già lo aveva fatto durante le sessions del Gruppo '63. Manganelli era come un uomo che diceva a tutti: "Alla compagnia dei vivi, in quest'epoca, io preferisco la letteratura dei morti". E si cibava di visioni favolistiche, di gnomi, di personaggi della fantasia. Nemmeno esisteva passato, in questa concezione. La continua 'invenzione' che è la letteratura sarebbe servita allo scrittore di qualsiasi epoca per cibarsi di un pasto non solo alternativo ma perfino sostitutivo della esistenza. Dettaglio che piaceva poco a Moravia, il quale definì Manganelli come il 'peggiore teppista della letteratura conservatrice', e fece inorridire - stando alle testimonianze - Carlo Emilio Gadda. Egli, nel frattempo, appariva a tutti come un accademico che si ciba di accademia fuori dall'Accademia. Di lui si sapeva che era tra noi, pur non partecipando che a poche cose. La sua dimensione era la veduta e il consumo giornaliero di un continuo pasto del sapere, maciullato ed elaborato come soltanto il corpo umano può fare con gli alimenti. La cultura era essa stessa un alimento per il nostro autore, che ne divenne 'giocoliere sublime' nell'atto di attingerne a mani libere. Tutto lo attirava, d'altra parte. Se lo attirava in casa, egli si rintanava e si compiaceva di un semplice ascolto musicale, di una 'digestione' di un testo letterario. di una scrittura acrobatica. Se lo attirava fuori, egli viaggiava in qualsiasi parte del mondo come una sorta di 'cane da fiuto' tutto annusando e tutto raccogliendo.
Qui risulta arduo segnalare libri singoli, perché potremmo dire: "Leggi un Manganelli, li hai letti tutti". Essendo parti di un unico discorso, i suoi libri erano anche intercambiabili poiché tra di loro non si muoveva la complessità di uno stacco o di una diversa fase di vita. Come gli uomini che non abbracciano una fede, il Manganelli del 1951 era il Manganelli del 1986. Mai fece apparizione categoria morale come base d'esistenza, al punto che il vivere divenne esso stesso indistinto (come un pesce che si muova per tre anni dentro uno stesso vaso pieno d'acqua).
Sui giornali se ne segnalava le uscite, ma lo facevano pochi volenterosi che potevano capire e giustificare il suo stile. Impropriamente definito da alcuni 'manierista', da altri 'barocco'. Né l'uno né l'altro. Prendo da quello che io preferisco:
E che mai facevano, diranno i saputi e sàpidi lettori, i critici letterari in quel tempo in cui regnava la nonletteratura? Oh, facevano molte e belle cose, e nell'insieme non se la passavano male, anche se non senza discontinuità. Erano acuti, e si rallegravano reciprocamente della loro acutezza; erano finissimi analisti degli affetti, e pertanto avevano una epidermide delicata assai, specie sui polpastrelli del pollice e dell'indice, che soffregavano, occhi socchiusi, a indicare sensazioni fini troppo, e d'assai, per essere dette; altri, sguardo gelido, voce monotona, spiegavano facoltà analitiche e sintetiche da far meraviglia; facevano per l'aria segni a indicare cose che non sapevano, ma che parevano autorevoli e illuminanti.
(da 'Discorso dell'ombra e dello stemma', Rizzoli, 1982).
Quello di Manganelli era un flusso, continuo come può essere lo scorrere di un'acqua di fiume che attraversa valli e pianure inondando la campagna di liquidi. Immensa proliferazione di cose liquide, illuminazioni non scandite da definizioni, irrefrenabile istinto a parlare e dire senza pause (la sua era una prosa con punti di sospensione e pause spesso arbitrari). In questo flusso manca tipicamente un disegno definito e delimitato da un soggetto, tanto che i suoi saggi erano divisi soltanto per capitoli di trattazione ma affrontavano una materia 'globale' che mai si sarebbe definita 'qualcosa'. Una prosa che forse avrebbe trovato migliore collocazione in una sommessa oralità senza tempo e riservata a pochi. Stampata invece in libri di ordinaria commerciabilità del mercato di oggi (soprattutto Rizzoli) essa faceva un po' la figura di una statua collocata all'ingresso di un palazzo ordinario di una via di Roma. Qualcuno l'avrebbe anche notata, di tanto in tanto. Ma i più, passandovi per tornare a casa, non ci avrebbero nemmeno fatto caso. Qualcuno, perfino, si sarebbe sentito 'preso in giro' non potendo comprenderne i contorni. Vita e prosa senza contorni. Nei repertori, naturalmente, il suo nome fu incluso tra gli altri: Giorgio (1922-1990) finì tra qualche Manfredi e Mannuzzu, con un lungo elenco delle sue pubblicazioni e pochissimi commenti.
Qui i dubbi non sono perplessità, perché appartengono piuttosto alla distanza che qualsiasi lettore può sentire davanti a un autore tanto freddo da risultare come un semplice commensale a una mensa. Se voi trovate una persona che mangia, seduta al tavolo di un ristorante, e per tutto il tempo legge non troverete mai familiarità perché lo vedrete più come 'consumatore' che come 'abitante' di quel luogo con cui avere relazioni. Se poi quella persona se ne stesse per conto suo per via di alcuni conflitti interiori, non lo saprete mai se non possedete altre arti. Manganelli fu sicuramente ricettacolo di potenti forze dissolutrici della materia. Come uomo del suo tempo portò a spasso un cervello, essenzialmente, esercitando un 'sesto senso' della lettura nel riferire di tutto e di tutto cibandosi. Nel riemetterlo per raccontarne utilizzò un 'magnetofono interiore' tutto suo e senza tempo, che può interessare ma difficilmente avvincere. Egli fu tuttavia tra i maggiori letterati di un secolo che, come lui, non vide mai un'etica sovrastare la scrittura e l'uomo che a questa si dedicava. Ognuno di noi, agendo nella contemporaneità, fa i conti con quel che 'vede passare'. Se si immerge nella pura fantasia, deve dire agli altri: "Io ho creato un'opera con la mia mente e basta". Ecco perché, a differenza di altri, non sarebbe mai stato 'giornalista'. Restò narratore, in tutto e per tutto. E confesso che quando, negli ultimi tempi, il suo nome acquistò molta presenza nella prima pagina del Messaggero gradii poco. La sensazione della statua inutilmente posta tra i passanti si ripresentava alla mia coscienza. Acquistavo ugualmente quel quotidiano (a Roma, nella Transizione, non c'era giornale quotidiano più interessante di quello), ma non avrei desiderato vedere il suo nome tra una dichiarazione di De Mita e una riunione del Psi. Forse non era il caso. Quel giorno, al bar, avrei pagato 500.000 lire di allora per dirglielo. Ma son cose che si possono dire solo su una pagina o uno scritto biografico: di persona, avresti bisogno di molta più confidenza.
Manganelli conobbe... appena, la vita di matrimonio. Si sposò giovane e subito si separò. Gli sopravvisse una figlia.
Pagina del 23 novembre 2006