Anna Maria Ortese

La negatrice, che non si diede mai

Per tutta la Transizione fui cittadino romano. In una bella giornata del 1987 presi il treno che va al Nord: a Genova si svolgeva un convegno sui piccoli editori, realtà curiosa e solleticante degli anni '80 e in particolare di quel momento. In quello stesso treno, sedevo a fianco di uno di quei 'piccoli' che viaggiava con il medesimo scopo. Arrivati a Rapallo, la signora aveva appuntamento con una donna grandemente misteriosa che si concedeva in rarissime occasioni e solo dopo vive insistenze dell'interlocutore. Questa signora, che allora gravitava intorno ai 73 anni, si chiamava Anna Maria Ortese. Coperta da un normale soprabito scuro e acconciata in maniera tanto ordinaria da non distinguersi molto dagli altri anziani del luogo, la Ortese comparve in modo quasi inavvertito tra le persone che attendevano un treno nell'area antistante l'accesso alle piattaforme della stazione ferroviaria. Non faceva alcuna impressione particolare: probabilmente, non intendeva nemmeno farla. Si concesse, con parole, per appena tre minuti di orologio. Poi se ne andò. La magia di quella figura apparve subito dopo, al momento in cui ci ricordammo di doverle ancora dire qualcosa. Feci qualche passo all'esterno, andando verso la scala esterna della stazione nel tentativo di ricontattarla. Non vidi nessuno. Mi sporsi dalla ringhiera, poiché a distanza di pochi secondi doveva essere al massimo in fondo alla scala o ancora sulla piazza. Niente: la signora si era come volatilizzata.

L'idea che mi rimase fu quella di una persona che volesse negare e negarsi, senza soste. Abitava a Rapallo, dal 1978, ma senza contatti con alcuno (cosa sempre affascinante, quando capita e non conduce ad esiti spiacevoli). Era nata a Roma nel 1914, ma chiunque avrebbe imparato che le città per lei esistevano solo come luoghi di lontana memoria. Tutto ciò che arrivava a questa donna faceva parte soltanto di un dettaglio intravisto o immaginato, tanto distante restava da una concreta percezione corporea delle cose. Varie furono le città italiane in cui abitò, ma di tutte conobbe con cura solo il quartiere in cui risiedeva. Il tempo lo trascorreva scrivendo. Durante il Restauro, appuntai nei miei quaderni una sua intima convinzione

Scrivere è tornare a casa

Concepire la vita come una cosa che fa soffrire o come un'alta ingiustizia porta a pensare che tutto quel che ti circonda sia effimero e cercarne di più sostanzioso diventa naturale. L'atteggiamento diventa quello più tipico di uno scrittore: vedere tutte le cose come aliene al sé e scrivere per passare il tempo tornando a se stessi (che in fondo è ciò di cui meno diffidi). E' una zingara, che vuol vivere in un sogno, disse Vittorini della Ortese, al momento di presentare la sua raccolta di racconti stampata da Einaudi nel 1953. E tale sembrava davvero. In precedenza, si ricordava di lei solo un libro stampato da Bompiani 16 anni prima, forse per grazia di Alfonso Gatto o di chissà chi altro. Cose che avevano conosciuto solo 'addetti ai lavori' della macchina editoriale. Anna Maria viveva da sempre come una 'pellegrina': aveva smesso di andare a scuola a 13 anni (si trovava in Libia, del resto), e non si era mai allontanata molto dall'ambiente suo di famiglia che l'aveva poi condotta a Napoli. Vestiva casuale come pochi, con robetta 'senza età' che da fuori nemmeno si notava. Sembrava un paradosso che la sua immagine richiamasse sempre l'idea di uno o più luoghi, mentre al contrario la persona sembrava non abitarne mai alcuno. E' probabile che gli interlocutori la concepissero proprio come un luogo stesso, più dell'anima che della carne. Non apparve mai come una persona, inserita da qualche parte. Tenuto a distanza da lei stessa, chiunque trovava normale concepire solo 'letteratura' della persona. Ogni volta, quasi a proteggerne quel minimo di dignità non supportata da alcuna voglia di rendersi pubblica, chi voleva far circolare una sua opera si affannava a cercare un curatore al contrario 'notissimo' che le corredasse il libro di una nota di presentazione. Questo ruolo fu ricoperto via via da Bontempelli, Vittorini, Bellezza, Orengo, Citati e altri. Ma nessuno potè mai dire di averla realmente conosciuta. A tutti diceva che 'non valeva la pena', quasi a tenere se stessa lontana da un mondo che invece avrebbe inteso conoscerla. Ogni contatto restava al massimo come un 'tentativo' dell'interlocutore, poiché la signora con molta secchezza si ritraeva dal contatto medesimo con le motivazioni più varie (e sempre inconsistenti, naturalmente). Avresti pensato a una Emily Dickinson, se non fosse che quella componeva molte poesie e questa racconti. Com'era la narrativa di Anna Maria Ortese? Anche qui giova dire l'idea che se ne aveva (perlomeno io, quando la lessi). Era come se l'autore descrivesse ogni volta una realtà di sogno, che nemmeno esisteva, trasferendola sul luogo stesso di cui invece si metteva a scrivere. Il procedimento può essere simile a quello di chi si rechi in una località di mare e vi veda cose già viste in passato nello stesso luogo ma non più attuali in quel momento. La vita che si fa sogno, prendendo su di sé quello che solo uno scrittore con la sua immaginazione può vedervi. La Ortese appartenne, nella letteratura, più alla prima che non alla seconda metà del secolo poiché il suo bozzettismo e i suoi schizzi risalivano ai crepuscolari e alle ultime grida di chi voleva mantenere nell'arte visiva il naturalismo. Scrivere in questo modo è come vedere più di quello che c'è, convincendosi appunto che la realtà offerta al momento sia sempre cosa di poco conto. Negare. Negarsi, in sostanza. Se non fosse così, lo scrittore descriverebbe quel che vede e farebbe un reportage. Lei invece negava ciò che le stava davanti, fosse carne viva o materia morta, e ricreava con la scrittura quadri impressionistici di fine Ottocento.

La nuova stazione di Napoli mi è parsa immensa. Le cose che ho visto dopo, e quella piazza, sono una dentro l'altra, dissimili e coerenti, ugualmente misteriose, come ossa di un animale antidiluviano stipate in un negozio di nuvole.

Tornai in Via Costantimopoli. E qui c'era più aria; qui si apriva Forìa, rossa e verde, come un fiume rosso e verde che se ne va chissà dove.

(da 'Caffè alla stazione', Theoria)

In questo e altri passaggi non c'era nemmeno un grammo di realtà. La signora faceva delle piccole pennellate, nemmeno tanto interessanti, ma indice di una sensibilità acuta e probabilmente mai raggiunta da elementi umani della sua epoca. L'interesse, nel breve racconto delle prime uscite, era dato più dalla posizione astratta dell'autore che da quello che questi diceva. Avrebbe potuto fare di più? Questa è una domanda che in genere i recensori non si pongono mai, perché valutano solo ciò che sta davanti e in quel caso l'idea di un panorama letterario femminile poco abitato era comunque in grado di determinare un apprezzamento, per quanto generico. Conoscendo una donna che scriveva, con abbondanza e sensibilità, ai recensori del Novecento parve sempre di dover dire che c'era del talento. Nel caso presente, dovremmo piuttosto riconoscere alla scrittura una funzione interamente suppletiva. Quando una persona non viene mai veramente conosciuta nel 'carne e ossa', gli altri vorrebbero gustare di lei opere che la rivelino proprio per non doversi macerare nel rimpianto infinito che corrisponde all'assenza. Ma che si diventi un caso in questo modo (=non volendo incontrare alcuno) alla fine nuoce proprio alla comprensione dell'autore. Scrivendo otto anni dopo la sua scomparsa, è dubbio che della signora restino opere godibili perché è difficile che una donna 'senza esperienza' concreta della cose lasci una sua impronta. Se la Ortese è riuscita - almeno - a crearsi un nome buon per lei anche se nulla di lei è brillato in movimenti del Novecento.

Quando la signora si diede a un'opera narrativa più corposa, il 1965 le permise di allungare il suo passo e venne fuori finalmente qualcosa di guardabile a un livello più alto. Seppure, diremmo, lontanissimo dalle grandi vendite e dalla massa di chi legge. L'iguana, edito da Adelphi, era stato pubblicato in silenzio da Vallecchi a metà anni '60, e come altri libri pubblicati dall'editore fiorentino era rimasto negli scaffali. Solo a metà anni '80, rimesso in circolo da Adelphi, fu visto realmente. Era un'opera gaddiana al femminile che narrava di un ricco giovane di nome Aleardo, ma chiamato Daddo, che andava in un'isola al largo del Portogallo e vi trovava appunto questa strana bestiola a cui l'autrice dà anche il dono della favella. Una favola, narrata in modo poco adatto all'era contemporanea e per molti aspetti poco comprensibile ma con qualche spunto ironico e originale. L'autrice non fu propriamente apprezzata nemmeno stavolta, al di là di alcune segnalazioni sulla stampa. La comparsa con Adelphi tuttavia valse alla Ortese un pochino di tam-tam. Il nome della signora divenne, improvvisamente e stranamente, di moda. Adelphi, qualche mese dopo, stampò anche In sonno e in veglia. Ma soprattutto, la signora fece notizia 'involontaria' nel momento in cui, ricevuto lo sfratto e non trovando denaro per rimediare, si rivolse con una lettera a Dario Bellezza. La pubblicazione di questa lettera su una rivista mosse alla solidarietà (cosa rara) i membri egoisti delle patrie lettere, i quali compresero che - a parte la legge 440 che sovvenziona personaggi d'arte in condizioni di indigenza - sarebbe stato molto più utile pubblicare tutto quello che ancora giaceva nei cassetti o che pur essendo stato stampato non era stato visto da alcuno. Anna Maria Ortese divenne così un 'angelo chiacchierato' della Transizione, arrivando proprio a far parlare di lei entro quello stretto triennio 1986-88. Al suo indirizzo, ignoto, arrivarono in massa piccoli editori e talvolta tentarono di incontrarla anche scrittori, sbattendo sempre contro un muro personale. Non disturbatevi, continuava a dire la signora, mi sono servita della scrittura solo per dare una giustificazione al fatto di vivere. Tutti i titoli che sopravvissero, alla sua morte avvenuta nell'antitetico (a lei) 1998, recavano l'impronta di un mondo tanto semplice quanto irreale. In un'epoca ormai priva di vere fiabe, a molti lettori parve perfino stonare la presenza di un 'cardillo' nel titolo di un suo libro degli anni '90 che risultò alla fine il più acquistato.

Passato qualche mese da quel giorno della stazione, tornai a Rapallo per consegnarle un pacco per conto sempre della editoria piccola. Abitava in un palazzetto anonimo e invisibile del Corso Matteotti. Sapeva che dovevo arrivare, altrimenti non avrebbe mai aperto e nemmeno risposto al campanello. Eppure, nemmeno con quell'appuntamento la sua porta fu interamente spalancata. Apri in modo ritardato e sommesso, tenendo rigidamente la catenella laterale che impedisce a chi sta sul pianerottolo di vedere chi è dentro. Le dissi: "Sono io, ho il pacco da darle". Disse soltanto: "Ah". Lentamente lasciò andare la catenella, ma anziché aprire la porta si affacciò lei con metà viso dove lo spazio restava tagliato dalla porta semi--chiusa. Allungò appena... una mano e prendendo il pacco mi disse: "Grazie". Poi la porta si richiuse, per sempre.

Pagina del 22 novembre 2006, ultime modifiche il 18 dicembre 2006