Pier Paolo Pasolini

Il pastore che riportava alle origini

Idroscalo di Ostia. Il 2 novembre 1975, alle 6.30 del mattino, viene trovato il corpo sfigurato di un uomo con la testa fracassata. Qualche ora dopo la notizia prende corpo: si tratta di Pier Paolo Pasolini. Lo sgomento corre dappertutto, non appena trova bocche a trasmetterlo.

Ero all'ultimo anno di liceo. Fu una delle poche volte in cui piansi, dopo aver appreso di una morte dai notiziari. Rimasero in archivio, compresa la memoria di tutti, le immagini di un Moravia affranto che recatosi sul luogo additava al disprezzo coloro che non portavano rispetto per la cultura. Le sue dichiarazioni senza un preciso destinatario, per paradosso, provocarono nell'opinione pubblica il medesimo rigetto che esse nel loro disprezzo avrebbero inteso esprimere. Come un boomerang che va e torna tra la cultura riconosciuta e la società in generale.

Gli amici di Pier Paolo Pasolini rimasero interdetti, per molte settimane. Chi nel Paese lo stimava ne sentì la perdita come fosse andato via un pezzo di una città o una stanza del proprio appartamento. Avevano posto termine, in quel modo barbaro, all'esistenza dell'uomo più presente nella cultura italiana del secolo XX°. Nessuno, come lui, aveva esercitato l'arte della scrittura sia narrativa sia poetica intervenendo al tempo stesso su un vasto panorama culturale che andava dalla sociologia alla linguistica, dalla storia della Chiesa allo sport, dalla politica alla Pubblica Amministrazione. Pier Paolo Pasolini più che un letterato era stato un testimone dell'era contemporanea, al quale io non so dare titolo più preciso di quello che ho scelto per questa pagina.

Egli fu 'pastore', perché incarnava esattamente la figura di una guida di un gregge che mai si sarebbe dato a un dogma o a un convento istituzionale provando tuttavia anche il rimpianto per non poterli avere (un dogma o un convento). Pasolini fu un singolare 'brodo umano' fatto di aspirazioni di sinistra e perbenismo quasi contadino.

Padre nell'esercito, madre contadina, dal Nord-Est d'Italia scese quella che (a partire dal 1922 e fino a quel momento) sarebbe stata la presenza letteraria più viva di tutto il secolo. Permeata di un senso civile molto accentuato, in grado di ergersi per un'intera esistenza a paladino di un'epica anti-borghese e di un'opposizione all'industrializzazione crescente. Ce n'era quanto bastava per definirsi 'eroe della sinistra indipendente', seppure iscrittosi come tanti al Pci del secondo dopoguerra in un modo che qualsiasi giovane con ambizioni non avrebbe disdegnato. Nel Novecento, infatti, non v'era stato altro per chi volesse opporsi all'installarsi del capitalismo fino alle più remote propaggini della cultura. Avere una tessera da comunista garantiva allora un certo credito agli occhi della gente poco istruita (alla quale egli stesso avrebbe dedicato attenzioni, gusti e tempo della sua vita) e anche un minimo di attenzione da parte delle istituzioni, che in quel momento ricevevano un'impronta forte di tutta la sinistra politica. Ma la frequentazione di minori del suo stesso sesso fu costantemente una spina, dovendo mettere in guardia chi per legge tutelava quei minori e chi dall'esterno rimproverava la mancanza etica di quell'attività omosessuale. La dimensione di Pasolini fu, dal principio, il vagheggiamento costante di un ritorno alle origini (suggerito anche da un corpo costretto nel cemento delle grandi città), che si espresse inizialmente in un duplice senso:

a) Frequentazione e protezione di esseri non attraversati dalla civiltà industriale e dall'affarismo (omosessualità, specialmente con minori, apologia del mondo contadino, cura del sottoproletariato)

b) Utilizzo di moduli dialettali e cura dei modi di vita fuori da un centro

Queste due direzioni s'intersecano in vario modo e portano a sviluppi precisamente contrari alla classe borghese, che veniva vista come un 'mostro' dedito alla corruzione degli affari pubblici. I sentimenti del ritorno alla bellezza della fecondazione primigenia, spesso diretti verso la madre friulana, si erano manifestati fin da piccolo con la composizione di poesie adolescenziali e con la estrinsecazione quasi dimostrativa di gesti attenti verso gli adolescenti (minori di lui, in età). Pasolini somigliò sempre a una persona che, vedendo e ricevendo un castello come abitazione, si lasci prendere da un senso di colpa e arrivi ad amare chi vive in una catapecchia su un fiume. Mai nel suo essere questa dimensione fu superata da sentimenti superiori o sovrastanti che si innestassero sul letterato: anche la scrittura risentì di quell'atteggiamento, che divenne così 'epica'. Sia versi sia scritti di prosa portavano un tono di rimpianto che mai lo avrebbe abbandonato.

Piangevo, nel lettuccio di Casarsa,
nella camera che sapeva di orina e bucato
in quelle domeniche che splendevano a morte
Lacrime incredibili! Non solo
per quello che perdevo, in quel momento
di struggente immobilità dello splendore,
ma per quello che avrei perso!

(da 'Una disperata vitalità')

Non di 'tragedia', però, fu fatta la sua vita. Quindi, attenti a non inserire generi e drammi che non ci sono. Nella sua vita ben poco vi fu di drammatico, poiché essa anzi si svolse lucidamente nel decantare quel senso personale intriso spesso di rivalsa verso chi aveva inondato la società di 'falso benessere'. Il suo fu un dito accusatore verso il potere, che fosse quello dei chierici o dei neofascisti travestiti da parlamentari. Pasolini fu esso stesso un 'potere' liberamente vagante sul territorio nazionale: mai da lui prorompeva il senso di una sconfitta che qualcuno potrebbe immaginare. Egli piangeva solo in metafora, non soffriva... se non per quel senso di rigetto che egli stesso riceveva dalle classi borghesi (quelle che sarebbero uscite dopo appena 30 minuti dai cinema in cui si proiettavano i suoi film). Lo stesso titolo 'disperata vitalità', lungi dall'essere quell'ossimoro che potrebbe apparire, indica bene la combinazione di lucidità e inquietudine che lo porta ad attraversare la realtà urbana con un vivo sentimento di diversità da uno standard.

La sua ideologia, naturalmente, va inquadrata nel percorso comune a tutti i giovani intellettuali del secondo dopoguerra: si discettava di categorie formali e di realismo, senza avere bene in mente dove quella società sarebbe andata a parare. Inseguire un ideale marxista, negli anni '50, è ancora normale e lecito. Pasolini combina così una militanza ideologica con una critica della società che lo porta a vedere 'marcio' dove altri si stanno solo sistemando (nel modo, eterosessuale e familiare, che lui non avrebbe mai conosciuto) e ad esprimere 'idee in libertà'. La sua ideologia è libera, molto progressista e invita i giovani a pensare allo stesso modo. Di qui il tono pastorale e didattico di molte sue risposte, che utilizzano la lingua non risparmiando mai la generalizzazione degli 'ismi' e dei 'neo' che si danno quando si vuole salire in alto nel dibattito.

Che uno scrittore creda di assumere i daletti al più eletto piano linguistico è lecito. Non considero il realismo un fatto formale, ma un fatto ideologico. Naturalmente, nell'analizzare un libro, bisogna fare l'operazione contraria: cioè partire dalla forma, dallo stile. Quando io dico neo-purismo non intendo un fatto formale, ma un fatto sostanziale: l'eliminazione dalla lingua di tutti gli elementi realistici, anche in nuce, anche marginali, onde ridurre la lingua alla sua pura e semplice funzione letteraria, cioè alla funzione del servile accademismo tipico dei nostri letterati medi.

(23 luglio 1960)

Notate qui ancora un elemento di rivalsa verso una categoria sociale, di denuncia del marcio, presente perfino nella critica letteraria (nello stesso periodo Pasolini condannò il dannunzianesimo ma difese la narrativa di Cassola, in cui vedeva naturalmente esprimersi il perbenismo dei piccoli centri). In quel momento, come per contrappasso, la sua vita ebbe una netta cesura. Data alle stampe la raccolta di interventi critici, Passione e ideologia, egli probabilmente sentì ancor di più che gli mancava qualcosa. Le risposte che aveva dato ai giovani che gli scrivevano, su qualsiasi argomento, denotavano proprio una insufficienza sua più che degli altri nel rappresentare. Intorno ai 40 anni, entrò così nella visualità del cinema cercando di trasferire in immagini quel che non gli riusciva di affermare con gli scritti. Era il momento, da lui molto dibattuto, dell'esistenziale di Antonioni e dell'apparizione francese di una Nouvelle Vague. Pasolini filma esattamente quello che desidera, ricreando - senza orpelli e senza dialoghi sovrapposti - dapprima la realtà delle borgate (Accattone, Mamma Roma) e in seguito la rivisitazione del passato (Edipo re, Vangelo, Boccaccio). Proprio quella duplice strada che egli aveva sempre percorso dentro di sé, vagheggiando un ritorno indietro nel tempo che valesse a condannare in modo definitivo una contemporaneità di corruzione. Come cineasta - al centro più che altro di polemiche e scandali di stampa - piacque poco, sicuramente meno che come scrittore e come polemista. Un cinema in cui le immagini non assumono una rilevanza estetica, poiché vengono deviate a scopi ideologici o di provocazione, fu possibile in ere come la Discesa e la Mass Tech in cui quest'arte approdò a una liberalizzazione assoluta. Rivisti oggi, i film di Pasolini non appaiono più interessanti e qua e là annoiano perfino.

Nella visione di chi scrive questa pagina, resta di Pasolini soprattutto la serie di saggi e di scritti che infine prenderà la veste rilegata degli Scritti corsari (1975). Sembra strano, eppure la maturità si vide proprio negli scritti della Mass Tech (in special modo, quelli che l'intelligente Ottone gli ospiterà nella prima pagina del Corriere). E' qui che si completa e si sostanzia l'ideologia dell'autore, poiché il confronto finalmente 'pieno' con il modello da lui descritto (la società da lui condannata in precedenza, che si realizzò davvero solo nella prima metà degli anni '70) partorì una lucidissima analisi che mirava al cuore di problemi finalmente davanti agli occhi di tutti. Non è un caso che la sua fine, avvenuta proprio per mano di uno dei 'ragazzi di vita', avvenga per mezzo di uno degli oggetti del consumismo (automobile veloce) e alla fine di una serata che vide protagonisti in sequenza elementi consumistici (rapida visita in un ristorante, telefonata, auto che arriva a prenderlo, escursione veloce fuori città). La direzione è naturalmente 'fuori città'. Tutti ingredienti simbolici che, come al solito, avremmo dovuto vedere. Uno dei messaggi di Memoriale è proprio la necessità di non vedere alcuna cosa priva di simbolo. E anche questa ne fu intrisa, allo stesso modo in cui una trama cinematografica avrebbe fatto concludere un'esistenza. Pier Paolo Pasolini, che visse sempre 'ai margini' pur dialogando sempre con un centro 'corrotto', ai margini finisce pure.

L'eco della sua scomparsa (con la cruenta notte finale come uno degli highlights degli anni '70) fu immensa e si protrasse fino ai giorni nostri, dando libri, testimonianze, interviste, citazioni, film. Il ricordo della persona fu vivissimo, al punto da rimpiangerne la perdita ogni volta che si sarebbe trattato di accendere un dibattito sociologico. L'uomo intellettuale fu completo e riuscito, poiché coprì e seppe affrontare in modo sapiente l'intero campo sociale e culturale. Nessuno in Italia lo fece come lui (e pochissimi anche in altri Paesi), nel tempo della sua vita. Incompleta fu tuttavia l'opera, soprattutto perché ebbe le carenze tipiche di chi si agita senza lasciare un insegnamento attuale. Sostenere che la contemporaneità sia in mano a classi sociali corrotte e inseguire una purezza delle origini è possibile e proficuo quando sia l'opera che prevale sull'individuo. Questo sarebbe accaduto se i suoi romanzi fossero diventati dei classici e le sue poesie si ricordassero a memoria, mentre questo non è successo. Segno, ancora una volta, che l'opera fu inferiore all'autore stesso che la creò. In questo Pasolini non andò nemmeno lui al di là dei suoi contemporanei, e facendo l'amara fine che ebbe in sorte lasciò a tutti l'idea che in fondo non valesse molto nemmeno darsi il pensiero di redimere chi era rimasto fuori dai giochi delle classi corrotte. Quando cerchi di liberare uno che poi ti ucciderà, anche il passato denota i suoi limiti. Piangendo una scomparsa, piangemmo i limiti stessi di quel secolo.

Pagina del 24 novembre 2006, ultime modifiche il 18 dicembre 2006