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Antonio Pizzuto |
Il questore che resuscitava letteratura
Ecco un caso che sentii profondamente. Quando uscii con scritti, nel 1993, ero sotto l'effetto-Pizzuto. Una sorta di narcotico che mi aveva preso e che mi fece recuperare alcuni dei libri più rari e più preziosi del Novecento. Lo avevo letto, tra i 35 e i 37 anni, come si può leggere una pergamena ritrovata nei pressi del Mar Morto. Era letteratura pura, quale nessun autore italiano aveva mai tentato nel Novecento. Con lui riprendeva forma - seppure per brevi stagioni - il Sacro Nume delle lettere, quello che avrebbe sempre dato la palma alla scrittura anziché alla storia, all'ordito anziché alla trama, ai ricami anziché alla tovaglia stessa. E rifarlo, in un secolo prosaico e industriale come quello scorso, suscitava stupore e ammirazione non disgiunte da un senso quasi infastidito di diversità che generava rifiuto. Gli uomini nel secolo scorso non capirono mai e ancor meno s'innamoravano di opere letterarie. Lasciarono così quest'uomo nella sua unicità e non gli degnarono che qualche sguardo di dovere per dire c'era anche lui. Invano tentai di ricordarne sulla stampa il centenario della nascita, in quel 1993.
Di Pizzuto s'interessarono pochi appassionati, che ancor oggi si conterebbero sulle dita di due mani tanto da doverli nominare uno per uno. Gianfranco Contini, Ruggero Jacobbi, Mario Luzi, Vanni Scheiwiller. E forse quelli delle dita di un'altra mano, quella degli ordinari critici di mestiere (qualche docente, qualche redattore con licenza recensoria, qualche collega). L'opera di quest'uomo si spiega nel fazzoletto decisivo del secolo, 1956-1976. Gli anni che segnano la più grande ascesa sia tecnologica sia artistica, e che - abbiamo visto su Memoriale - tracciano le linee divisorie rispetto a un mondo che non avremmo più incontrato sulla nostra strada. Sono gli anni in cui il mondo entra nell'anticamera di una nuova coscienza. Soltanto nel 1956, all'età di 63 anni, Pizzuto vede arrivare alle stampe la sua prima rilegatura ufficiale. Fino a quel momento cosa era stato? Nella vita di ogni giorno, un dirigente di polizia e infine un questore. Egli aveva segretamente nutrito voglie e ispirazione per qualcosa come mezzo secolo, e alla fine - chi lo sa, sentendo magari l'arrivo di quel fazzoletto risolutore di anni - aveva potuto esprimerlo anche ufficialmente. Perché uso il verbo della possibilità, che qui indica proprio il 'riuscire' dopo lunga gestazione personale? Perché tutti sappiamo quali difficoltà ebbe chi tentava di rendere pubblico qualcosa che non era destinato alla vendità né alla facile leggibilità. Non solo non veniva giudicato conveniente mandarlo alle stampe (cosa che si potrebbe superare) ma addirittura nemmeno lo si leggeva. Difatti Pizzuto nel 1956 deve provvedere lui alle spese della stampa, con un marchio romano semi-sconosciuto che si chiama Macchia. Cose che si tirano al massimo in duemila esemplari, soltanto una piccola parte dei quali verrà passata ad amici/conoscenti e un'altra piccola alle redazioni. La sua opera ha per nome 'Signorina Rosina'. FAQ. Come avviene qui il piccolo salto che porta all'attenzione? Il salto avveniva quando, dopo queste intraprese personali e volontaristiche, i tuoi scritti arrivavano sul tavolo di un editore più quotato e presente sul mercato. Qui avvenne tre anni dopo, in una collana dell'editore Lerici diretta da Luzi e Bilenchi. Nel 1959 quel libro comparirà così con una veste e una copertina più 'allettanti'. I libri Lerici avevano un abito simile a quello del Feltrinelli di allora, e per fortuna si trovano ancora presso qualche mercatino all'aperto e in qualche biblioteca dell'antiquariato. Ma se vi imbattete, sarà un caso. Prima di quel libro, l'autore aveva pubblicato soltanto alcune note di estetica. Con 'Signorina Rosina' arrivava alle stampe un'opera d'avanguardia. Per leggerla, naturalmente, ci volle (e ci vuole) pazienza. Si dice sempre così, del resto, quando manca una trama. Si raccontava, in una sorta di 'suite sinfonica' senza ordine né costrutto la vicenda di Bibi, impiegato lontano dalla famiglia ma con pensieri per una misteriosa zitella (Rosina) che torna come un refolo di memoria mai sopita e dileguatasi. In verità, un monologo interiore dell'autore... il quale scrisse una successione - e nient'altro - di pensieri e di azioni intervallati solo dalla divisione stessa in capitoli (1-19). In sostanza, chi legge deve prepararsi a seguire un ininterrotto periodare di passati remoti e imperfetti che non staccano mai temporalmente, dando la netta sensazione di un'avventura del pensiero trasferita in realtà. Ecco dove avremmo trovato molto più decente e accettabile il modello di Joyce. In Pizzuto, almeno in questo primo libro, potremmo dire: "Abbiamo compreso quale sia la successione". Non più concetti e frasi da interpretare, non più il sogno di un giorno celato in un testo senza capo né coda, ma azioni e pensieri sgranati uno dopo l'altro a rappresentare il mondo dei vivi. Oggetti animati, quasi come persone, e persone animate, quasi come tanti oggetti.
Compiuta andava a fare il caffè movendosi silenziosamente nell'oscurità rotta dalla fiammella oscura del gas; e ciò di cui una soneria non era capace lo otteneva subito l'urto del cucchiaino contro la tazza. In un batter d'occhio ecco Gisa pronta, eccola già all'angolo della via, eccola montare, salutare dal finestrino, sparire. Lasciava un lago nel bagno e Compiuta al drenaggio. Mezz'ora dopo tintinniva la sveglia particolare del cognato, misconosciuta dalla moglie a lui accanto, che ne aveva una terza per conto proprio. Andato via lui, con un intervallo brevissimo scattava l'ultima ed anche sua sorella, sempre sopraccarica, a precipizio lasciava l'abitazione. Era l'increscioso momento di rassettare la casa nella solitudine. Alle otto e trentacinque Compiuta, dopo avere chiuso a otto mandate, si incuneava nel tram per recarsi in ufficio. Viceversa al suo rincasare ella li trovava belli e tornati tutti quanti: Gisa con provviste acquistate a prezzo conveniente in campagna, la madre dal Pestalozzi (aveva quell'anno una classe mista), il padre dal manicomio.
L'opera prima avrebbe poi trovato una riedizione Einaudi vent'anni dopo. Intanto l'autore replica appena l'anno dopo, 1960, sempre con Lerici. La seconda si chiama 'Si riparano bambole'. E qui il monologo si fa molto più complicato. La riprova se ne ha nel fatto che troverete questo libro ancora più raro e irreperibile del primo. FAQ. Come avveniva qui il piccolo passa-parola? Le persone del settore facevano circolare in giro la voce che era comparso un autore nuovo, di un certo interesse. Cosa che tante volte si sgonfiava però sul nascere, se il testo non provocava cambiamenti sulla scena. E qui infatti si sgonfiò abbastanza presto, restando sempre un fatto di piccola élite. La massa, ancora oggi, non capirebbe cose come queste.
Il terzo libro è un lavoro complicato di cesello, che si chiama 'Ravenna'. Perché quel titolo? La città? Nulla di tutto questo. Il motivo era spiegato già nel primo libro dall'autore stesso. Così. Come uno può essere chiamato Giacomo o Carlo. Secondo il gusto, quello era il titolo. Titolo e libro erano nati insieme. Un'altra società avrebbe mandato alla memoria dei posteri l'incipit di 'Ravenna', come noi facemmo con il 5 maggio manzoniano o con i Sepolcri del Foscolo.
Multicolori palloncini pronti a grugnire, tentando svincolarsi dal canapo teso sui paletti d'intorno l'aiuola, senza mai requie tutti insieme seguivano in ogni senso folata per folata il vento volubile lustri pingui atterriti. Dalla mogia cannella accanto spruzzava brillante a vite l'acqua. Troppo tardi ed inani gli urli del custode.
Il Bibi della Rosina aveva scritto questa vicenda, che ora il lettore vede vivere da parte di Foco, del suo nipote Andrea, di Malinda, in una successione ancora più astratta delle precedenti. E lo strano paradosso che la anima (gesti quotidiani, iscritti in un ordito astratto quanto un quadro dell'epoca) sembra dirci che la vita non ha più una sua logica al di fuori di essere essa stessa 'letteratura'. Come se i personaggi non uscissero dalla mente dell'autore stesso, il quale ritiene più interessante la sequenza dei suoi pensieri che prorompono sulla pagina piuttosto che le cose che succedono al di fuori. Qui il lettore va avanti come in una serie di ipertesti distaccati dal link stesso da cui partono e così si prefigura un 'blob dell'esistenza' simile al nostro programma attuale di Rai3, perché compaiono ricordi, frammenti, immagini singole, gesti, passaggi letterari. Leggerli è molto più difficile che vederli, e così quel che appare godibile alla Tv qui può risultare ostico. Se però vi immedesimate nella mente dell'autore ne avrete un infinito piacere orgiastico, poiché il piacere della letteratura vi catturerà con una spirale incontrollabile fatta di ammirazione per la materia concepita come 'grumo dell'esistenza stessa' e per il periodare ricco di un autore amante delle lettere. Che siano sogno, parentesi onirica durante il giorno, notte trasferita al mezzogiorno, o pura distesa di idee messe in sequenza, se appena appena amate leggere 'buona lingua e ricami' ne verrete presi. Per quanto riguarda me e le mie proprietà di casa, un salto mi porta poi a metà anni '70 con le due serie di Paginette edite dal Saggiatore (editore che nella Mass Tech divenne definitivamente il suo). Qui siamo al di fuori della narrativa, e ci muoviamo su uno sperimentalismo ' a quadro' in cui i singoli oggetti, uniti al ricordo, la vincono su tutto inducendo a una uscita dalla lingua per un'immersione ardua nel terreno della pura re-invenzione. Gattino moinardo, spighe astemie, maestose centine sono alcune delle infinite creazioni dell'autore. A lato, perfino traduzioni in latino o in francese. A questo punto, l'uomo ha già lasciato la penisola (quella in cui si facevano cose in ordinaria e logica sequenza) e si è posto su quella famosa isola dell'oceano in cui tutti chiedevano sempre quali libri e quali dischi la persona avrebbe portato. Pizzuto, anziché libri e dischi, porta sull'isola la propria mente e fa delle esercitazioni qua e là inondando di pura materia grigia schizzata lo spazio vuoto della sua carta. Antonio Pizzuto morì nel 1976 senza che qualcuno si desse pena di andare al suo funerale. Due anni dopo Einaudi sembrò credere talmente poco nell'uomo che lo diede 'morto recentemente' e senza data. Passò come una meteora vista da pochi. Qualcuno fece segno di gradire, pochissimi lo capirono, nessuno mai lo acquistò. Il secolo più crudo e tecnologico della storia lo ebbe in stampa non dedicandogli che scarsa attenzione. Negli ultimi 10 anni, perfino chi lo apprezzava si trasformò in suo detrattore nel momento in cui lo definì una specie di 'virtuoso senza sbocchi', finito in un vicolo cieco (così disse un certo docente della università di Pavia, abituato a parlare di autori passati ma molto meno ferrato per i contemporanei). Ad essere rari, si viene compresi poco. FAQ. Possiamo dire che l'esperimento di Pizzuto sia riuscito? Questo sarebbe eccessivo, dirlo. Egli rimase pur sempre fuori da un modello, senza affermarne uno in particolare. I suoi furono esercizi di scrittura, che dopo le prime opere risultarono sempre più auto-referenti. L'autore disegnò degli arabeschi che se visti nella globalità non ebbero un seguito. Resta tuttavia come una bellissima parentesi di una stagione che permise una fuoruscita come queste. E se qualcuno ancora ne può godere, che sia.
Pagina del 2 gennaio 2007