Salvatore Quasimodo

Il poeta-avverbio

Quasimodo fu un sogno di gioventù. Quando ero ragazzino, sentii qualche volta questo cognome e non riuscii mai a spiegarmi se fosse un caso della declinazione oppure semplicemente un avverbio. Qualche anno più avanti appresi che era uno scrittore, un poeta che si chiamava proprio così.

Questa pagina è dovuta, e raramente un'altra è stata altrettanto necessaria. Anche per restituire valori a chi ne aveva, e chiarire magari cose che nel frattempo chiare non furono mai. Quasimodo era Salvatore, o meglio... al figlio di un altro Quasimodo di Modica fu dato come nome Salvatore in quella giornata del 20 agosto 1901. Il padre era capostazione delle Ferrovie dello Stato. Salvatore visse a Roma per qualche tempo ed entrò nella Pubblica Amministrazione. Scriveva, come tutti quelli nati per scrivere. Le cose si allargano un pochino quando Vittorini impalma la sorella. Entusiasta, arriva a Firenze... e trova 'recezione' in Solaria, rivista notevole dell'epoca che aveva il potere di far conoscere. Con questa pubblica Acque e terre. Arriva poi in Liguria e vi pubblica Oboe sommerso, che secondo alcuni fu il vero manifesto dell'Ermetismo. Uscirà dallo Stato solo nel 1938, dopo altri trasferimenti, e in quell'anno inizia per lui la vera e propria attività editoriale che vedrà anche una nota traduzione di lirici greci. Nei primi anni '40 Quasimodo fa conoscere il titolo della raccolta che più si ricorderà di lui,

Ed è subito sera

Rifacciamoci un pochino la bocca, presa da tante sconcezze

A te ignota è la terra / ove ogni giorno affondo / e segrete sillabe nutro: altra luce ti sfoglia sopra i vetri / nella veste notturna / e gioia non mia riposa /sul tuo grembo.

Aspro è l'esilio, / e la ricerca che chiudevo in te / d'armonia oggi si muta / in ansia precoce di morire: / e ogni amore è schermo alla tristezza, / tacito passo nel buio / dove mi hai posto / amaro pane a rompere.

Era Vento a Tindari. Noterete soprattutto la scansione operata dalla congiunzione 'e' che dà il ritmo suo basilare al gruppo di versi. Di lui dissero, in usuale coro, che fu il rappresentante più efficace dell'ermetismo. Vedere nei suoi versi l'esilio da una terra (natale) fu quasi 'luogo comune', mai però suffragato da una sostanza (si sa che i poeti godono anche di leggere, a proposito di se stessi, commenti cervellotici e poco appropriati). I versi di Quasimodo emanavano soprattutto quel che allora si chiamava ancora solitudine del singolo (e che noi contestiamo, negandole significato), e al tempo stesso manifestavano un sentimento di afflato e di riunione con la terra.

Tu m'hai guardato dentro / nell'oscurità delle viscere: / nessuno ha la mia disperazione nel suo cuore. Sono un uomo solo, un solo inferno.

In questo passaggio, tratto da 'Al tuo lume naufrago', noterete la contrapposizione tra la mia e la sua. I due possessivi, in opposizione, sembrano scandire e indicano a chi legge un'ansia di oggettivazione del sé, di uscita dalla propria condizione. Lo stesso anelito prorompe da 'Metamorfosi nell'urna del santo'.

I morti maturano, / il mio cuore con essi. Pietà di sé / nell'ultimo umore ha la terra

Muove nei vetri dell'urna / una luce d'alberi lacustri; / mi devasta oscura mutazione, / santo ignoto: gemono al seme sparso / larve verdi: / il mio volto è loro primavera.

Tutte le poesie della raccolta parlano in unico, chiarissimo senso di un 'ego' che si alterna con i movimenti delle sostanze naturali desiderando quasi di fondersi con loro. Si moltiplicano le alternanze tra il sé e l'altro, tra il mio e il suo, tra me e te in un abbondante festival di apparizioni e visioni della terra. Ma è un inno, ricavato 'a contrario': in altre parole, il poeta celebra quello che il presente gli suggerisce additandolo nelle sue cose migliori. In un periodo di conflitti, tra il 1939 e il 1942, sentire le cose della terra è esorcizzare i terremoti dell'animo umano che va in conflitto coinvolgendo anche intere nazioni. Quei versi dunque tornano alla terra non per celare o per rifugiarsi (da qualcosa), ma proprio per 'riscattare' le bassezze del presente vedendo l'intatta bellezza della natura nelle cose piantate sulla superficie terrestre. Un verso 'umile' perché sfrondato di ampollosità e diretto - senza una meta definita - verso una permanenza concreta sulla nostra superficie non è un piccolo 'mito mediterraneo' ma una cosa sua personale. Il poeta gravita in modo molto solido, quasi indicando che non di fantasia s'ha bisogno (in quel momento) ma di concreta aderenza alle radici sulle quali si fondava tutta la storia passata e presente.

Molti dimenticano sempre che Quasimodo componeva negli anni segnati dal secondo conflitto mondiale, in cui perfino il mondo - solitamente cinico - del cinema dovette in gran parte ridurre la sua attività. La riacquisizione della pace darà luogo nel 1946 a una nuova raccolta chiamata Giorno dopo giorno, intesa a celebrare le glorie di un ritorno tra i vivi di chi è rimasto e i fasti di chi non potendo salvarsi la vita è perito nell'infame conflitto. Qui, le cause del conflitto tornano come 'imputati' da processare dopo un periodo di morte.

Giorno dopo giorno: parole maledette e il sangue e l'oro. Vi riconosco, miei simili, mostri della terra. Al vostro morso è caduta la pietà e la croce gentile ci ha lasciati. E più non posso tornare nel mio eliso. Alzeremo tombe in riva al mare, sui campi dilaniati, ma non uno dei sarcofaghi che segnano gli eroi. Con noi la morte ha più volte giocato: s'udiva nell'aria un battere monotono di foglie come nella brughiera se al vento di scirocco la folaga palustre sale sulla nube

Quasimodo non accenna mai ad allontanarsi dalla realtà, anche quando questa è nefasta. La vita non è sogno, dice qualche anno dopo intitolando un'altra raccolta. Semmai registra un repentino mutare di illusioni.

Intorno si fece davvero 'terra bruciata', quando alcuni - sentendosi sollecitati - emisero verdetti poco generosi. Sembravano non comprendere, o passare sopra la persona con eccessiva disinvoltura. C'è chi parlava di una finzione (De Robertis), c'è chi vi vedeva un'eccessiva immobilità (Fortini), chi un desiderio di eterno (Contini) e ci fu anche chi non aderiva minimamente alla persona (come lo stesso Pasolini). Per Quasimodo i commentatori (di cui peraltro non vi sarebbe bisogno, se non sapessimo da sempre che queste son cose che hanno da suscitare l'attenzione altrui) ebbero scarsa simpatia, questa sembra sia la verità del caso.

Eppure nulla, finalmente, fu ambiguo in questo poeta. Laddove egli si chinò per andare in soccorso dei suoi simili, mostrò perfino una intenzione di 'comune sofferenza' che pochi altri ebbero (si rammenterà anche qui la scarsezza di contributi, negli anni dal 1940 al 1945). Di Quasimodo non piacque, certamente, la scarsa disponibilità alla 'congrega' e questo contribuì a farlo vedere agli altri come un 'eterno separato', intento a starsene lontano da compromessi. Pochi furono i contributi editoriali in suo onore, e gli editori nemmeno li sollecitarono. A rovistare nelle stesse 'storie della letteratura', i capitoli che ne trattano non sono mai comprensivi di uno spazio che vada al di là di un semplice, breve paragrafo.

Chi ebbe occasione di conoscerlo, tra l'altro, lo descrisse con accenti positivi e cordiali senza mai tralasciare l'autenticità della sua vocazione. Come traducesse i poeti greci importa poco. Ogni volta che incontriamo un uomo che compone anche da adulto dovremmo quanto meno interessarci per capire. O era un idiota, o era un poeta. Questo fu comunque un poeta. Non è poco.

Pagina del 26 dicembre 07