
|
Jean-Paul Sartre |
L'uomo impegnato
Tante volte sia in Italia sia in Francia mi trovai a discutere di Sartre, con interlocutori che non avevano alcuna stima di lui. Quando ero ragazzo, il suo sguardo da miope con occhio destro debole mi faceva molta impressione e ne ricavavo a tratti una sensazione di intrigante mistero. Chi era Sartre? Quando appresi della sua scomparsa (1980), stavo progettando di aprire un centro per insegnare astrologia. Ricordo quelle settimane come un periodo pieno di memorie, perché molte dediche e molti ricordi sulla stampa ne indicavano la centralità. La scia, insomma, sembrava propizia a lui. E invece bastò poco tempo per effettuare una sorta di 'rimozione di un cadavere', negando in tanti che egli avesse avuto una qualche importanza. La Risalita cominciò a scordarsi pian piano di lui, seguendo una tendenza che la Mass Tech aveva inaugurato. Di Sartre si doveva parlare poco, forse perché l'interlocutore non arrivasse a pensare che il suo protagonismo intellettuale aveva davvero abitato il Novecento. Eppure il suo nome fu nella testa di tutti, per tanti anni del secolo, anche se negli ultimi 20 anni egli faticò perfino a trovare chi gli desse spazio sulla stampa, recensendolo o ricordandone la figura. Era come se si sapesse che in casa c'era il 'nonno', senza prestargli pił l'attenzione che un tempo gli sarebbe stata dovuta.
Di lui avevo letto, già a metà anni '70, quel Qu'est-ce-que la littérature che mi aveva deliziato. E da quel libretto avevo imparato tante cose. Sartre era stato uno dei 'nomi' del secolo: in Francia, nessuno come lui lo aveva attraversato con la medesima spinta verso le cose e verso l'indagine della realtà. Dappertutto in manifestazioni di piazza, dibattiti, polemiche. La sua figura lo rese protagonista in più settori, tanto che per la prima volta io stesso nell'incertezza devo sospendere una definizione che risulterà più chiara alla fine della pagina. Chi lo stimava ne aveva comunque un'idea poco confacente alla propria personalità, tanto che lo si sarebbe definito sempre di 'un'altra sponda'. Chi non lo stimava lo riteneva poco affidabile, in quanto 'generico', e su di lui volarono anche ingenerose cattiverie che gli attribuivano negli ultimi anni un 'non azzeccarne una'. Bastava che i suoi detrattori prendessero esempi dai regimi di sinistra (Cuba, Urss) per attribuire a lui un vano e sterile utopismo senza approdi. La speranza e insieme la fiducia di un cambiamento del mondo irritava sempre, nel secolo scorso. L'espoir n'est pas une merde. Chi proclamava questo ideale - con disponibilità vagamente anarchiche, nell'attesa - raccoglieva pochi entusiasmi, perché il Novecento degli artisti - universo al quale egli comunque apparteneva idealmente - non amò le missioni globali e panteistiche. La presenza stessa, imperante, di strutture e di arrovelli ideologici fu il segno di una necessità di movimento orizzontale sia nelle arti sia nell'avanguardia. Se poi il singolo dichiarava anche un impegno marxista, la borghesia cittadina lo avrebbe visto in modo tale da tenersene discretamente alla larga. Eppure Sartre covò, dentro di sé, un mistero che pochi riuscirono a scrutare e a definire. Questo mistero fu in fondo il risultato della fusione tra narrativa e filosofare, in un secolo che concesse alla prima una penetrazione commerciale e al secondo uno sterile ma suggestivo parlare. Non sembrerà un caso che il filosofo per eccellenza sia andato via proprio nel momento in cui - secondo noi - la filosofia arriva al suo capolinea (vedi pagina su Memoriale).
Sartre l'aveva proprio insegnata, presso alcuni licei di Francia, facendosi poi attirare dalle sapienti spire della fenomenologia husserliana e in seguito anche dall'esistenziale tradotto in ideologia. Ma forse suo modello da inseguire sarebbe stato quell'Heidegger di cui solo dopo si sarebbero accorti i contemporanei. Intanto aveva voluto partecipare a scampoli di guerra, quasi a dire che non avrebbe mai voluto stare fuori dalla realtà sociale. In lui fu sempre un rifiuto e un disprezzo delle comodità borghesi, tipici dei creatori. Ecco, mentre scrivo, ho trovato una prima definizione che mi piace: Sartre fu anzitutto un creatore, perché passò l'intera sua vita a trasferire in opera scritta quello che il pensiero - davvero ricco e costante - gli suggeriva. L'engagement avrebbe compensato soltanto in parte quella dimensione non piena della vita che egli sentì sempre su di sé, tentato appunto di trasferirla negli scritti: gli mancò soprattutto quella serenità che fa degli uomini di pensiero degli 'integrati', cioè degli uomini organici a un'associazione o a un'istituzione. E così l'uomo diede largo spazio alla creazione, lasciando che il suo essere - più che nel suo corpo - si fondesse con cose oggettive (filosofia, marxismo ecc.). Fino al secondo dopoguerra, febbrile fu l'attività di lettura. Dalla fine degli anni '40, egli si trasformò e qualcuno - ahimè - cominciò a vestirgli addosso una etichetta di 'maitre à penser' che mai avrà successo. Del maestro, Sartre aveva solo la giacchetta probabilmente. Il pensiero andava al di là, nel senso che non guida morale sarebbe stato ma piuttosto coscienza del presente. Sartre amava interpretare gli avvenimenti intorno a lui: ne parlava apertamente, senza mai limitarsi in quello che diceva.
L'écrivain engagé sait que la parole est action
Del 1943 è l'Etre et le Nèant ma di cinque anni lo precede La nausée, testi entrambi espressione di un interesse nell'approfondimento dei contrasti di una vita sospesa nell'immaginazione e mai interamente 'risolta'. In Sartre era sempre un'impossibilità di amore, come si evince già dai due titoli citati, o da 'Les mains sales' et 'La mort dans l'ame'. E questa derivava in fondo da una condizione sentita a partire da una triste infanzia, orfano di padre ad appena due anni, e affidato al nonno da una madre fredda ed egoista. Per tutta la sua vita, gli argomenti affrontati parevano sempre declinare verso un lato oscuro, misteriosamente e inspiegabilmente pessimista. Titoli negatori di una vita piena, e in questo invece in linea con un secolo dialettico e complicato. Sartre lo attraversava da chierico, ma non da 'inquadrato', ben sapendo comunque che senza traguardi intellettuali tutto sarebbe rimasto alla fase hegeliana e a quella dialettica che egli aveva riproposto nella sua Critica (oggi tra i ruderi delle nostre soffitte).
Nei primi anni '50, egli si aprì maggiormente al mondo esterno presentandosi al tempo stesso come un 'intellettuale in voga al momento' e sedendo spesso ai tavolini del Café de Flore. Farsi vedere era un imperativo, nella Parigi del nascente esistenzialismo che avrebbe dato di lì a poco romanzi e caveaux fumanti. Ecco perché, in realtà, trovate poco tra il 1950 e il 1960. Fu quella l'epoca meno 'interiore', per lui. Un saggio su Genet e un dramma minore per il teatro. Per il resto, molti viaggi (Urss e Cina comprese, con il conforto ancora vivo di essere nel giusto nonostante l'Ungheria del 1956). L'ira di un Sartre 'terzomondista' si sveglia poi per la guerra in Algeria, per la quale afferma risolutamente di non essere d'accordo. E inizia così un periodo - gli anni '60 - gravido di prese di posizione, quasi tutte delineate su una sorta di 'uscita puntuale' che sottolinea gli sviluppi politici e culturali del momento. Il 1968, naturalmente, non poteva tenerlo distante. E così parla anche ai giovani manifestanti, in un paio di incontri che resteranno negli annali della storia francese. Incontri, tuttavia, segnati in seguito dall'ironia e dal disprezzo di chi non li aveva apprezzati. Egli continuava ad essere un uomo di cui si parlava, ma che in realtà si leggeva molto meno. La Mass Tech segna un primo affondamento dell'uomo, dandogli anche una virtuale cecità che contribuirà a un allontanamento. A quel punto, dopo la rottura con il marxismo, non gli resterebbe molto perché l'ondata progressista dei primi anni '70 cavalca anzi un assemblearismo giovanile che vede nella sinistra la grande ala protettrice. E' questa sinistra, però, che rifiuta paradossalmente il modello di Sartre in cui vede un bilancio di dispersione e di insuccesso. Già nel 1972-73, la Francia comprende di non poter più dare ascolto a un uomo che in precedenza aveva parlato molto e che - tra Cambogia, dissidenti dell'est, diritti dei poveri - continua a sbracciarsi incessantemente in cause che sembrano non avere una soluzione nel breve periodo.
Sarebbe inutile qui riesumare estratti da opere che mai ho visto andare veramente in giro e di cui lessi soltanto resoconti critici. Non ho mai visto in vita mia una pièce di Sartre in teatro. In fin di retrospettiva, suppongo di dover trovare qualcosa di più profondo del 'creatore' di cui accennai all'inizio e così mi impegno a dire che egli fu romanziere e filosofo. Non molte altre cose. Ma io vorrei dire che conservo di lui, nonostante le tante velleità ideologiche che lo avvicinavano del resto al secolo in cui visse, una buona idea. Fu, almeno, uomo non insincero (contrariamente a tanti, sguazzanti nelle tante giungle urbane) e non disdegnò di mostrare il coraggio delle proprie azioni. Quando sbagliò, lo disse.
Celebrazioni e cose 'festose' sembravano lontane da lui, quanto lontana era stata proprio l'esistenza da comodo borghese che gli attribuirono alcune persone poco informate. Se mi dite che dell'opera di Sartre oggi resta poco, posso anche discuterne. Se mi dite che fu poco autentico o contraddittorio, no. In epoche in cui tutti strizzavano l'occhio a qualcuno, egli non lo fece. Si limitò a prendere 'fughe' e 'voli' ideologici del secolo, cercando di tramutarli in 'corpus di filosofia' e in 'prassi'. Del fatto che poi l'opera sia sfiorita darete colpe non da poco anche a un secolo che nel giro di pochi anni fece sfiorire un po' tutto. Per constatarlo, vi direi oggi, bastava leggere le annate di Memoriale e poi Apoteosi. Ma Sartre non ebbe mai possibilità di sapere tutte queste cose. Egli ebbe in recezione 'palle sporche' che si sgonfiarono tutte nelle sue mani.
Questa pagina fu pubblicata il 5 dicembre 2006