Il vostro vedere qualcosa

La vita autonoma del nostro cervello, nel creare immagini, agisce come la proiezione di un film. Per ricordarlo meglio noi non useremmo gli occhi ma proprio l'oscurità, perché essa favorisce la concentrazione. La già citata Anna Luce del corso di astrologia aveva il vezzo di chiudere ogni tanto gli occhi, mentre parlava. Sapevo che quello era il segnale di una Luna posta in una certa parte del cielo. Eliminare la vista serviva, in quegli attimi, ad avere un ricordo più preciso e a concentrarsi meglio. Ma se noi stiamo nel presente, viviamo oggi una realtà percettiva composta al 100% dalla visione piena. Metaforicamente, il nostro cervello è semmai come una sala cinematografica. Noi vediamo una pellicola, con diversa qualità di immagine a seconda dell'età e dei nostri riflessi, che poi termina. Usciti da quel locale (cervello) siamo di nuovo davanti a una realtà che diverge da quella pellicola. L'idea più immediata è l'atteggiamento che vediamo assumere a Woody Allen (una persona che certamente troverà interesse in questa pagina) all'inizio di Play it Again, Sam. Reduce dalla proiezione, il protagonista del film si aggiusta i capelli ed effettua dei movimenti semi-automatici che derivano da una profonda introiezione della storia cinematografica. La psiche, rimanendo fortemente coinvolta da un'altra psiche, ne viene invasa per qualche attimo. Mi accadde molto spesso, proprio all'uscita da un cinema. Nel traffico e nelle strade della città, che mi riaccoglievano, avrei voluto immettere lo sfondo e l'ambientazione del film stesso. Era come se non accettassi il distacco tra la pellicola che avevo visto in sala e quella che si svolgeva nuovamente davanti ai miei occhi. La prima, se il film mi aveva coinvolto, era talmente grande e attraente da farmi desiderare di rivederla nella seconda. Naturalmente non avrei mai soddisfatto il desiderio. Perché? Il vedere non mi avrebbe soddisfatto, e la vita nelle città è fatta di 'vedere' molto più che di 'sentire'. Se voi camminate a Roma da Via Condotti a Via Nazionale il paesaggio reclama da voi attenzione visiva, e allo stesso tempo offre uno scenario uditivo. Abbiamo dunque un Technicolor a due piste, in cui simultaneamente si svolge davanti a voi un film. Voi camminate non dentro ma 'fuori', perché lo vedete. Però se uno guarda voi camminare vede anche voi 'dentro' quel film. E così via (fino a comprendere decine di persone che a loro volta guardano decine di altre persone). L'universo contemporaneo si compone dunque di una sovrapposizione soggettiva, in cui ciascuno vede una diversa pellicola sebbene la realtà sia una sola. Separare i nostri sensi, escludendo quelli che non vorremmo usare, non è possibile. Nessuno può attraversare una città eliminando le proprie facoltà visive, per ridursi a percepire solo segnali sonori. Analogamente, non possiamo cancellare l'immagine dei nostri occhi quando incontriamo una persona. Anzi, siamo particolarmente predisposti perché le nostre attese (specialmente se siamo in fase di approccio) si concentrano in modo grandioso sull'occhio. Nella home page, tuttavia, ho spiegato che per conoscere un autore io non ho necessità di incontrarlo ma semmai di leggerlo. Allora devo fare una deduzione: l'occhio che agisce quando io incontro fisicamente uno scrittore non è il medesimo occhio che agisce mentre leggo un suo libro. Ecco spiegato perché vi è sempre discrepanza tra l'effetto molto grande che può suscitare la lettura di un grande libro e quello che suscita l'incontro fisico con il suo autore. Per gran parte questo è dovuto al fatto che il nostro cervello nei due casi elabora segnali diversi. Nella lettura, che è un racconto che mi arriva dall'occhio, io devo essere attirato per restarvi. Nell'incontro fisico io devo essere attirato per far corrispondere la realtà alle aspettative. Siccome spesso le aspettative erano molto più alte, noi ci troviamo davanti a una delusione. E' successo molte volte a tutti voi. In Piazza del Popolo avete visto passare l'attore molto noto e siete rimasti abbastanza delusi. Questo è uno dei casi tipici in cui la vista dalla realtà è inferiore a quella filtrata da uno schermo (Tv, cinema). Capita più questo che il suo contrario (essere sorpresi positivamente da un attore che immaginavate più brutto). Perché? Perché noi tutti appariamo, sia attraverso specchi sia attraverso obiettivi di telecamere, in un modo leggermente diverso da come siamo. Ma non è così,, hanno detto alcune persone che mi hanno visto qui in foto dopo avermi incrociato per strada. In realtà, nella foto sono io. In strada no. Quando voi incrociate fuggevolmente una persona che cammina, la vedete in una falsa prospettiva di movimento che non rappresenta per nulla la persona stessa. Per averla realisticamente dovreste porvi come i fotografi: accostarvi a un angolo, fare fermare la persona, inquadrarla in viso in condizioni di immobilità. Solo così fissate il viso. Per fissarlo male, come accade in un rapido incrocio, preferireste anzi non incrociare neppure quella persona.

Sintetizzando queste informazioni, pare quasi che l'anima di uno scrittore si sottragga all'infinita 'maya' dei sensi non presentandosi a voi se non come scrittura. La scrittura corre attraverso un canale che è l'autore stesso a creare, in modo extra-corporeo. Ciò che si dice 'scrittura' serve a trasmettere segnali che l'altro decodifica in assenza del vostro corpo. Se al contrario presentaste quest'ultimo non avreste bisogno della scrittura (parlereste, direttamente). Quindi, lo scrivere crea tra emittente e recipiente un canale (finché perdura l'attenzione del secondo) che per principio stesso si avvale dell'assenza del corpo fisico. Di modo che possiamo dire che se esso fosse (stato) presente (fin dall'antichità) noi non avremmo mai avuto bisogno di scrivere. Se nel V° secolo a.C. avessero avuto videocamere, noi probabilmente avremmo avuto scrittura soltanto per i documenti formalmente prescritti (atti notarili, sentenze, ecc.) ma la nostra letteratura sarebbe stata fino a oggi quasi tutta orale. Senza una scrittura fissa (libro) su un canale indiretto (lettura, in assenza dell'altro) noi avremmo avuto immagini contro immagini, fin dal principio. Il contenuto emozionale sarebbe stato comunicato direttamente, senza filtri. Saremmo oggi come probabilmente i nostri posteri saranno nel 3600, cioè tra 1600 anni. Invece abbiamo avuto finora almeno 26 secoli di letteratura scritta, che hanno a lungo costituito un mondo parallelo al nostro. Questo mondo corre ancora, cioè si svolge ancora davanti ai nostri occhi (avendo perfino un trofeo annuale nel Nord Europa) ma per averlo dobbiamo noi compiere un'azione decisiva che è quella di entrare in libreria e acquistare il libro oppure riceverlo in prestito da qualcuno. Leggendomi non ha bisogno di vedere il mio corpo: apprende una serie di dati da me inviati mediante ordini a tastiera e poi a server. Se quei medesimi dati venissero trasmessi dal mio corpo (voce) l'attenzione sarebbe la medesima? Non è detto. E i video? I video sono come l'ispirazione di un momento. Non mettere mai video è come comunicare ai fanatici assidui di YouTube che la visione di un autore dal vivo non è indispensabile quando lo si legge. Qualche foto basta. Certo, un video fa di più. Però per essere 'roba mia' ho bisogno che esso faccia parte del genere di Eric Rohmer, un cinema che sia letteratura. Come è possibile? Posso ottenere questo effetto solo in modo informale, come se parlassi con ciascuno di voi nella vita normale. Un piccolo discorsetto, che porti i 50 secondi dell'ultimo audio del 10 ottobre ai quattro minuti di una scena girata nel mio terrazzo o in un parco. Non essendo nato donna, non ho nemmeno le preoccupazioni ordinarie di chi si trucca al viso e si rende più gradevole. Dunque, parlerò (se mi vedrete in video) come in un'ideale prosecuzione di queste pagine. Cosa vedrete? L'astrologa Lisa usava scoraggiare chi voleva incontrarla, affermando sempre di essere una donna di aspetto fisico ordinario e non particolarmente attraente. In realtà lo era, almeno nel viso, fino ai 48 anni. Poi diventò davvero una donna abbastanza 'già vista'. Io sono apparentemente un uomo 'già visto': molti mi dicono sempre di avermi incrociato da qualche altra parte. Attiro solo quando voglio attirare. Questo vuol dire che possiedo una strana fiamma che si accende solo quando dò io l'impulso. Il mio corpo, liberato da scrittura, è come una protesi della tastiera. Per ovvi motivi di contenuto, io sono costretto a fare una prolunga di queste pagine sul mio stesso discorso. Potrei riprendere dall'ultima, ad esempio. O pronunciare una formula (come la Conclusione Unica) che i lettori hanno letto spesso sulle mie pagine. Ma anche in quel caso, per quanto io possa attirare, il rischio che la realtà deluda le aspettative esiste. In quel caso, chi mi pensava in un certo modo dedurrà che avrebbe preferito non vedermi. FAQ. Cosa vuol dire 'protesi della tastiera'? Questo vale per voi. Vuol dire che la prima volta che mi vedrete comparire, non dovendo vedere parole, voi dovrete superare la tentazione di andare sotto su una serie di lettere. Il riquadro ordinario dei video porta un triangolino del 'play' e alcuni tasti che portano avanti o indietro. Come accade negli audio, dove l'udito si riposiziona dove il recipiente vuole, nei video noi stessi siamo come un oggetto di scomposizione. Una mano sposta l'immagine a un punto precedente o seguente, come se noi fossimo degli ectoplasmi liberamente vaganti nello spazio. In genere, chi smanetta sul player video quando non è musica tende a tornare con maggiore frequenza su un punto che lo ha colpito. Può essere un punto del discorso oppure un'espressione particolare, sonora o facciale, che suscita curiosità. Speriamo che questo non accada. Un discorso si sente dal principio alla fine, senza indugiare in dettagli e feticci che distraggono dal tema. FAQ. Perché noi diciamo, quando guardiamo, che una persona ci piace o no? Perché non possediamo una percezione neutra. I nostri occhi comunicano al cervello segnali che piacciono oppure non piacciono. Nel primo caso, aderiamo emotivamente pensando che la persona stessa sia compatibile con i nostri gusti. Nel secondo la sentiamo distante, incompatibile. FAQ. E' per questo che potrebbe essere meglio non vedere, in alcuni casi? Il non vedere, che si ha quando il segnale viene percepito solo mediante scrittura o mediante registrazione audio, costruisce nel recipiente un'immagine pensata. Colui che non mi vede 'animato' mi immagina in un certo modo. Il suo cervello forma dunque una serie di segnali che complessivamente formano un'aspettativa. A noi tutti è successo. Noi pensiamo di trovare in un certo modo il tizio che abbiamo visto in Tv, dal vivo. Se egli si presenta, concretamente, davanti a noi la preesistente immagine si confronta con quella attuale in un decimo di secondo che trasmetterà a seconda dei casi quel gradimento o quel non-gradimento. Ecco quella famosa prima scena che dicevo, alla quale le seguenti succedono come in un film. Il vedere agisce come una molla, che fa scattare una serie di impulsi. Più lo spirito della persona è immediato e semplice, più quel vedere conta. Molte persone subordinano alla vista tutto il resto. Se il primo impatto non ispira, esse non pensano nemmeno che possa sorgere qualcosa da un incontro più profondo. Noi manchiamo ancora di una comprensione della infinita serie di segnali involontari che partono dal nostro corpo.

In alcuni casi potrebbe essere meglio 'non vedere'. Si può dire preliminarmente una cosa del genere? Scaviamo a fondo. La prima immagine che ci viene è quella di una qualsiasi partita, in cui stanno battendo un rigore decisivo. Le anime apprensive cosa fanno? Si girano da un'altra parte, quasi come se volessero non subire i contraccolpi dell'ansia. Preferiscono non vedere. Uno spezzone che ricorderete è quello di Germania-Olanda del 1974, dove le mogli dei giocatori olandesi (mi pare) si voltano per non guardare quando Crujiff trasforma il rigore ad inizio partita. In genere, non si vuole guardare quando si pensa che quell'atto darebbe conseguenze poco sicure in fatto di cuore. L'ansia viene esorcizzata. Un altro caso abbastanza tipico è quello di un familiare che avverta di non voler vedere il video dove compare anche lui. Molte persone, a cui viene registrata voce o presenza corporea, si rifiutano poi di guardarsi nella riproduzione su un comune player. Pare quasi che si vergognino. Per loro, naturalmente, è meglio non vedere. FAQ. Sono esseri particolari? Chi non intende guardarsi in video ha paura di non piacersi e di doversi così rammaricare per il rigetto provato dai propri occhi. Atteggiamento comune. Un altro caso molto frequente è l'incrocio improvviso per strada o in aeroporto. Sono momenti disperati. O perché voi siete un ex, o perché voi siete persone che non frequentano più, per molti questo continua ad essere il peggiore incubo. Vi dedicai un apposito file. In quelle circostanze il 'non vedere' è ricercato, cioè lo si desidera come un 'sogno proibito'.

Ma torniamo all'universo della scrittura, che più mi riguarda da vicino. Chi scrive, oggi, tende a desiderare più che in passato il fatto di 'farsi vedere'. Se un narratore ha anche lo strumento della televisione, ad esempio, costruisce anche una immagine della sua persona parallela a quella della scrittura. Quest'ultima dunque non diventa più la fonte principale, quando altri supporti di 'sola vista' proiettano il corpo dello scrittore davanti ai nostri occhi. A me questo piace poco. Soltanto se fossi 'entertainer', conducendo un programma, potrei pensare di stabilire un'altra traccia parallela. Altrimenti, l'immagine che più si adatta a quella della letteratura è la 'sola voce' dello Sbragia narrante. Non a caso, la voce fuori campo è l'elemento più letterario dello sceneggiato di cui ho appena parlato. FAQ. Quale tipo di contrasto vedi in un'integrazione visiva della letteratura con il corpo dell'autore stesso? Qui torniamo al discorso di prima. La nostra civiltà ebbe 'letteratura' proprio dal fatto di non avere strumenti video, per ben 26 secoli. La traccia scritta coesisteva dunque con quella orale, senza che alla prima si affiancasse il corpo necessario per la seconda. Constatando questa doppia corsia, io non apprezzo molto che uno scrittore si offra spesso alla visione del pubblico perché credo che la sua attività si esaurisca tipicamente fuori dal corpo. Se io sfruttassi il mio corpo non userei mai la scrittura. Come vedete, i due universi restano poco conciliabili. Che sia così, è cosa che sta scritta nel nostro essere fin dalla più originaria dotazione di geni. Colui che ebbe in dono una via parallela dentro di sé scriveva, e non guardava mai il suo corpo. Nel 2050 tutti sapremo meglio perché.

Pagina del 13 ottobre 2008 modificata per l'ultima volta il 15 giugno 2010