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Paolo Volponi |
L'uomo che raccontò il progresso visto dal basso
Volponi, avendo in comune con noi un Memoriale, non poteva alla fine non figurare in questa rassegna di autori del Novecento. Sui motori di ricerca, se digitate il nome del sito troverete anche lui ai primi posti. Effetto dei nomi. Se egli sia stato un Nume tutelare o uno sponsor nascosto, lo diranno solo i posteri.
L'immagine di Volponi si confuse sempre con quella dell'industria, tanto da non permettere a chi ne parlava di separare due cose che in partenza sarebbero già in antitesi. Casi in cui si vorrebbe capire perché allo scrittore (Paolo, in questo caso) non sarebbe bastato essere quello (scrittore) e basta. Per arrivare a una soluzione, bisognerebbe partire dal fatto che l'autore si occupò di altre cose, fatto che non è per nulla anomalo. Alcuni ci videro un tentativo di collegare l'industria alla cultura, ma in fin dei conti non si può dire che chi scrive un romanzo e contemporaneamente lavora come orefice intenda collegare la narrativa con l'oreficeria. Quello di Volponi rimase un piccolo mistero, perché tutti si capì che fosse autore di cui trattare. Tanto più che almeno due delle sue opere narrative finirono davvero nei migliori archivi del lungo periodo (e più d'uno, pare, trovò fastidio per il fatto di imbattersi in cotale facilità di repertorio con appena quattro operine). Ma quando si trattasse di dir meglio o di più, tutti ci s'arroccava su ciò che l'apparenza mostrava (relazioni con Olivetti, fondazione Agnelli ecc.) senza penetrare nella persona.
Volponi fu persona al di fuori di ogni sospetto, proprio perché qualsiasi giardino di complici non lo avrebbe soddisfatto. Mai qualcuno vide un Paolo Volponi diverso dall'uomo rigoroso, austero, controllato che avrebbe riempito la giacca e i pantaloni di qualsiasi manager rispettato della grande industria. Quella che a volte poteva sembrare una compromissione con un diverso potere della società era nient'altro che un interesse curato contemporaneamente. Dove sta scritto che un autore che scrive non possa anche lavorare nella industria pubblica o privata?
Se poi, per osservazione diretta, l'autore stesso si sofferma sulle relazioni tra gli individui e quella industria non è forse suo dovere farlo? In lui non si doveva vedere il tentativo di dare un ruolo attivo allo scrittore, quanto la necessaria consapevolezza di una missione plurima e allargata in un panorama sociale ampliatosi fin dai primi anni '50. Del resto, vari altri furono i suoi colleghi di tendenza nel senso che soltanto dopo (con i Celli e i Dioguardi) avremmo scoperto. La differenza stava semmai nel fatto che egli additava ai lettori le incongruenze della società industriale e le carenze di un ambiente distaccato dalla società come una fabbrica, cosa che raramente i manager si sognarono di fare.
Si era laureato nella sua Urbino, in giurisprudenza. Poi era cresciuto, dai 25 ai 40, all'interno della Olivetti di Ivrea (residente solo dal 1956) per finire nei primi anni '70 a lavorare con gli Agnelli nel campo sociologico. Finché, si disse, la candidatura parlamentare nella sinistra pose loro un aut-aut. Dal vicolo cieco Volponi uscì con un marchio di sinistra e un'occupazione in meno. Ma a quel punto il tanto era fatto, nel senso che egli diventava senatore (1983) essendo già un autore apprezzato senza distinzioni e senza dubbi. La società letteraria, fino ai primi anni '70, aveva visto di mal occhio quel ruolo di scrittore-manager che oggi appare a tutti come una normale evenienza della vita. A maggior ragione, ci sembrerà 'vera impresa' aver riportato glorie con appena quattro operine il cui nome divenne poi familiare a tutti.
Memoriale fu la prima di queste, e porta la data del 1962. Sembra poco, eppure provatevi voi a scrivere un romanzo di centinaia di pagine sulle vicende di un operaio che lavora in fabbrica. E soprattutto provate a pensare che questo libro si legge tutto d'un fiato, contrariamente a quasi tutti (quelli ambiziosi) di oggi. Protagonista è Albino Saluggia da Candia, nel Canavese, che racconta in prima persona tutto quel che (si) poteva passare. Stupisce, qui, la facilità nel comporre una storia che tiene il lettore dall'inizio alla fine, passando per le strutture sociali e gli avvenimenti dell'epoca. Tornato dal distretto militare Albino racconta dapprima l'iter che lo porterà in fabbrica, certamente non pensata in origine come qualcosa di suo.
Sul letto, in quei giorni di pioggia, pensavo a che cosa avrei potuto fare: ma non trovavo nessun mestiere adatto a me, soprattutto alla mia nuova vita.
Nel giugno 1946, nei giorni in cui prende forma la Repubblica italiana, egli si presenta all'Ufficio di Collocamento che in cinque giorni lo fa entrare nel suo luogo di lavoro. Segue una narrazione distesa, felice quanto può essere un nastro registrato con una conversazione. Qui compaiono anche eventi e figure storici, come il voto del 18 aprile, il sindacato FIOM e il campionato di calcio dell'epoca. E guardate come Volponi fa dire al protagonista quale sia il vero dramma di una società che non sa fa operare gli individui dove essi dovrebbero.
Amavo a poco a poco la fabbrica, sempre di più man mano che m'interessava meno la gente che vi lavorava. Mi sembrava che tutti gli operai avessero poco a che fare con la fabbrica, che fossero o degli abusivi o dei nemici, che... la offendessero deliberatamente.
Perché tutti non amavano questo lavoro, e molti addirittura lavoravano e vivevano nella fabbrica dimenticando questo frutto del loro lavoro, dimenticando l'esistenza dell'ultima porta della fabbrica?
Monni vi avrebbe detto la stessa cosa, di lì a 30 e poi 40 anni.
La macchina mondiale, che porta la magniloquenza e la grandiosità di molti titoli del suo 1965. Protagonista è Anteo Crocioni, contadino marchigiano degli anni '50 che persegue la realizzazione di una sua complessa scuola di pensiero che mira a ristabilire una felice convivenza tra gli uomini superando il pessimismo e l'inutile realismo di coloro che, fissi su una presunta incorreggibilità dei mali sociali, impediscono quella realizzazione già a livello potenziale. Condizione nutrita con il semplice gusto dell'osservazione della natura, facendosi una ragione dell'abbandono da parte della moglie che ha cercato la bella vita nella capitale. La narrazione parte dal 1959 e si dipana come un'altra conversazione da parte dell'io narrante in un ambiente naturalistico fatto di sano autodidattismo e presenza di utensili. La carta comincia ad essere in più e i libri stessi appaiono come una prova.
Nell'impazienza i libri che avevo cominciavano a darmi fastidio, anche la carta e perfino il carattere ed ormai temevo che ogni volta mi lasciassero uno sporco di lutto nelle dita.
Non potevo portare i libri a casa per guardarli con attenzione ed ero costretto a sfogliarli in fretta sotto la candela per scegliere quelli che erano di scienza.
Avendo perduto i soldi del norcino, l'ultima volta che entrai nella biblioteca della contessa, dove non avevo trovato niente, nemmeno un libro scientifico e nemmeno un atlante, imboccai la strada del salone...
Indizi molto seri. Un giorno ad Anteo arriva anche un pacco con sei libri, di cui due - dice - sono importanti. Ma, guardate anche qui, cosa accade. Quando facevo i miei ragionamenti io mi chiudevo nella mia stanza e qualche volta sopra i pensieri del trattato tiravo fuori la statuina e cominciavo a fissarla. Come se la partenza, anche quando operata sulla carta, desse sempre un arrivo diverso sugli oggetti della realtà fisica e materiale. Il protagonista confida in un futuro dell'artificiale, cioè di tutto ciò che può essere fatto dall'uomo. Avrei dovuto interrogare la terra e gli uomini e anche gli animali. Scorgerete anche qui una tendenza a riversare la propria indagine sulla oralità, riappropriandosi di quella condizione che Pasolini aveva già vagheggiato ma in un senso più astratto e intellettuale. Pensai che i miei progetti non potevano essere divulgati se non attraverso la mia solitudine, lo studio e il mio trattato. Qui notate che l'unico oggetto senza possessivo è proprio lo studio, a dirci che in fondo quello che l'uomo desidera di più è la sua opera e non quella puramente passiva dello studio di cose altrui. Sono passaggi simbolici di grande pregnanza, che nessun critico seppe mai leggere nel testo di questa grande operina (passatemi l'ossimoro). E, come per colmo, la compagna Massimina che rivolge al protagonista domande che anche l'autore di questa pagina sentì rivolgersi molte volte.
Perché anche tu non fai come gli altri?
Perché non ti rassegni?
E qua e là compare anche la sfiducia verso la società nel suo complesso.
Il coraggio anche di capire come tutte le piccole abilità dei preti o dei ladri o dei padroni e dei loro dirigenti, abilità che sono piccoli vermi nati nella corruzione, altro non sono che la putrefazione del tentativo di rinnovarsi e innovare, nel senso che sono piccole manifestazioni ambigue del gran desiderio mortale di lasciare tutto com'è.
Tornato per l'ennesima volta a Roma, scopre infine dai giornali che la moglie ha ucciso il neonato appena partorito e che la stampa stessa descrive lui stesso come un pazzo dannoso a sé e agli altri. L'utopia del 1965, che trattava di cose nuove con grande larghezza di vedute, prende inutilmente corpo in un elemento dell'ambiente contadino che vedendosi escluso non può che entrare nell'idea della morte come passaggio necessario.
Vi ho raccontato in breve delle due opere da me lette, senza dimenticare che la quaterna si completa con Corporale e Sipario ducale, rispettivamente del 1974 e del 1975. Chi ha scritto questa pagina ritiene che le cose scritte da Paolo Volponi siano tra le cose più interessanti della narrativa italiana del secolo XX°. Questo autore cominciò con raccolte di poesia, che non vennero lette e conosciute come lo sono stati i suoi libri di narrativa. Certo, risulta difficile pensarlo come 'professionista del verso': egli fu soprattutto un narratore ma andò in questo al di là di qualsiasi limite, vedendo nel genere-romanzo il senso di un messaggio 'globale' e 'totalizzante'. La sua prosa, molto fluida e ricca, è solcata da frequenti incisi di sociologia o di saggezza spicciola che conferiscono al racconto un tono di umile moralismo. Chi lo conobbe, oltre a dire della sua avversione per i premi letterari (che pure vinse), riferì anche di una sua passione per la cucina, per il buon vino e per i quadri.
Pagina dell'11 dicembre 2006