Elémire Zolla

L'uomo che cercò la sapienza

Quando Zolla morì, nel 2002, io appresi la notizia da una breve nota del GR radiofonico della mezzanotte. La cosa mi colpì talmente che ebbi la forza di accendere il computer e mandare da casa una paginetta di commemorazione. In quel momento nessuno si attendeva quell'epilogo. Avevo seguito Elémire Zolla come pochi, e tuttora possiedo in privato gran parte della sua produzione. Sul Memoriale della prima fase già gli avevo dedicato una pagina. Egli era stato per me come un autore che si abbraccia in momenti di crisi, tanto che non esitavo a rifugiarmi nelle sue pagine quando avevo bisogno di maggiore compagnia intellettuale. E nei suoi libri l'avevo sempre trovata, poiché - a dispetto della freddezza con cui l'uomo appariva all'esterno - le sue idee mi avevano rafforzato dentro... in un modo che nessun altro autore aveva fatto in precedenza. Provare a essere le cose che avrebbe potuto essere un giovane che lo leggesse, in anni come il 1984 o il 1992 non fu cosa da poco. Permanendo nell'universo di simboli descritto da Zolla, qualsiasi intellettuale in crisi avrebbe integrato la sua stessa sapienza accomodandosi in una confortevole 'gnosi moderna' confermativa di una Tradizione. Senza avere altre suggestioni o senza avere indagini d'altra scienza, sarebbe bastato.

Elémire Zolla, classe 1926, era stato allevato in un ambiente fine e leggermente schizzinoso nei confronti della società (così crederà anche lui d'essere, dettaglio che poi verrà ricambiato da alcuni con una certa freddezza di fondo). Zolla inizia, come tanti, con la narrativa. Durante una malattia scrive un romanzo, molto complicato naturalmente. Intanto collabora, come quasi tutti, a riviste letterarie. Dopo qualche anno di giacenza chiama il suo romanzo Minuetto all'inferno, e lo pubblica nel 1956 con un'Einaudi poco convinta (qualche prurito e un risvolto ridicolo da parte di Vittorini, ma tanto si fa in poche migliaia di copie). Si è intanto trasferito a Roma, dove ha pubblicato un secondo romanzo, Cecilia o la disattenzione, con Garzanti. Zolla ha studiato molta filosofia, in questi anni, e il suo pensiero anti-razionalista lo ha portato a un distacco da tutto ciò che appartiene all'epoca contemporanea. Raccoglie tutte le idee maturate nel decennio in un libro molto acuto e intelligente, Eclissi dell'intellettuale, edito da Bompiani. Quest'ultimo libretto farà poi tendenza, ispirando molti pensatori per non meno di 20-25 anni come una sorta di calamitante attrazione di ritorno. Proprio con Eclissi dell'intellettuale qualsiasi giovane avrebbe sperimentato cosa significa darsi incondizionatamente alle idee di un autore presso il quale ci si accampa, certi che non tradendolo si possa avere lo stesso conforto di una fede.

Il saggio condannava l'industria culturale del secolo XX°, che si adegua a un uomo divenuto 'uomo-massa', cioè un prodotto non più distinguibile che consuma merci e oggetti in una schiavitù che non gli consente di 'vedere' né di 'esser presente attivamente' nella società. In questo mondo, anche i ruoli prodotti dalle istituzioni (università, giornalismo, business) forgiavano un falso essere che si faceva chiamare 'intellettuale' ma dell'intelletto era soltanto caricatura perché era funzionario di partito, dirigente al servizio di un'azienda o mero esecutore di ordini degli apparati, e così finiva per fare propaganda di ideologie e utopie private dell'unico sostegno che l'intelletto dovrebbe avere (metafisica). Il libretto ebbe una commerciabilità occulta e coltivata, ma alla lunga il tempo lo rese classico nel vero senso della parola.

Mario Praz lo aiuta a inserirsi all'Università di Roma, dove egli incontra anche Cristina Campo, scrittrice di cui sarà compagno nei prossimi anni. Nei primi anni '60 sembra quasi una sfida che Zolla proponga sempre con Garzanti 'I Mistici dell'Occidente', una raccolta di ritratti che fa discutere i bacchettoni dell'intellighenzia cattolica. Una raccolta mastodontica, una grande opera che richiede un tempo infinito di lettura e di riflessione.

E' nei primi anni '60 che Zolla si è avvicinato alla metafisica tradizionale, che ha avuto in Guénon (e parzialmente Evola) il suo rappresentante più convinto dell'era moderna. Elémire diventa uno dei pochissimi a 'mettersi in testa' l'idea fissa di una purezza permanente (attraverso i secoli) nell'idea primordiale di Unità, che rimarrebbe a tutt'oggi tale e quale l'immagine che gli antichi ebbero prima della cosiddetta 'civiltà' (sempre più degradatasi, secondo Zolla, nell'avvento della tecnologia di massa).

E' un'idea che Memoriale ha dimostrato - per tutta la narrazione - come errata, proprio per le stesse ragioni che hanno affascinato i suoi cultori. Essi (e Zolla è tra questi) non considerano che il Tempo e lo Spazio non hanno una progressione storica. Se a un certo punto arriva la tecnologia e l'uomo diventa anche un elemento della massa (certo, decaduto rispetto all'uomo medioevale) questo non è il prodotto di una discesa, ma semplicemente un luogo di passaggio da una fase a un'altra. Non ci sono periodi di decadenza o di splendore, in questo senso. Lo Spazio-Tempo non ha scale di valori. Zolla dimostrerà poca chiarezza di idee anche vedendo nel 1992-93 grandi possibilità nel semplice fenomeno sensoriale della 'realtà virtuale'. Per questo, mi piace poco anche la definizione popolaresca data dalla sua compagna, 'conoscitore di segreti'. Quelli che tali sarebbero stati erano in pratica abili e intelligenti strade di connessione tra concetti interpretabili secondo le dottrine metafisiche dell'Oriente. Per dirla in un altro modo, Zolla avrebbe sostenuto qualsiasi dibattito sui concetti innestando delle linee di convergenza che esulavano dalla conoscenza occidentale e si rifacevano a modelli di pensiero ricavati dalle tradizioni dell'Oriente. Questo era pur sempre un sincretismo. Individuare delle 'porte d'accesso' all'autore è un paradosso, dato che fu proprio lui ad accedere in momenti separati a quelle dottrine così che accedere nel suo mondo non apporterebbe problemi diversi da quelli di chi apprenda semplicemente cosa l'autore stia indagando per conto suo. E questa lettura direbbe, alla fine, che Zolla operava una sua sintesi senza innovare realmente. Fu quello che emergeva anche da un breve servizio retrospettivo che gli dedicò negli anni '90 il giornalista Medail.

Zolla si pose comunque in un territorio che nel secolo XX° fu l'unica alternativa alla sistemazione in una fede e rimase in fondo anche l'unico patrimonio capace di preservare l'antichità in senso moderno (sincretismo mai facile, sempre meditato). In questo si rivelò anche un inseguitore di mode antroposofiche del momento. Egli non estrasse mai veri cappelli di magia dalle sue letture e fu molto parco di vita, ma alla usuale distanza di rètina del lettore fu comunque un autore interessante. Cosa fu? Essenzialmente un saggista, diremmo. E, precisamente, un orientalista (se piace questa definizione, che sembra dividere la cultura in settori come in un pianeta). Rovesciamo il 'mito' del secolo scorso: Zolla è tutt'altro che difficile, una volta che si sia compresa la sua metafisica e la sua idea della tradizione. Ascoltarlo era certamente un modo molto interessante di trascorrere i pochi momenti che l'autore concedeva. Trovai però sempre difficile pensare che fosse un autore nel vero senso del termine. Quando egli tornò alla ribalta, diciamo pure nella Transizione e per tutto il Restauro, si rivelò a suo modo un 'divulgatore' poiché l'intenzione di far conoscere la materia prevaleva sul resto. Se l'interlocutore poneva a Zolla una domanda su oggetti e concetti dell'era contemporanea, egli compiva un piccolo sforzo per venirgli incontro. Facendolo, adattava le sue tematiche. E anche qui, diremmo, il senso della contemporaneità gli sfuggì. O le cose erano profonde di per sé o l'uomo ne rimaneva distante. I saggi degli anni '60 per Bompiani, Storia del fantasticare e Le potenze dell'anima, erano libri godibili come lettura in quanto raccolte di idee ma chi li leggeva aveva già allora la sensazione di trovarsi davanti a un perenne rifiuto del mondo moderno.

Zolla avanzò poi nell'università, passando a insegnare a Catania e a Genova. Ma il 1968 gli è fatale. L'arrivo della contestazione, delle nuove discipline, dell'assemblearismo è quanto ci sia di più lontano dalla natura dell'autore. Egli confesserà apertamente un'emarginazione dentro l'università da parte dei colleghi, cosa non da tutti. Zolla viaggia molto in questi anni. Prima pubblica I letterati e lo sciamano, opera edita Bompiani sulla teocrazia guerriera e la cultura degli Indiani d'America. Raccomandiamo la lettura del libro (in biblioteca, data la rarità), che affronta un tema sconosciuto ai più. Poi conferma tutte le sue idee e la sua metafisica in Che cosa è la tradizione. Nel 1974 torna per un breve periodo a insegnare a Roma, ma trova conforto più che altro in una rivista, 'Conoscenza religiosa'.

Dal 1981, che abbiamo visto essere una via di ripartenza per molti, Zolla inizia una terza fase della sua esistenza che noi chiameremmo 'orientalista'. Si è sposato a Grazia Marchianò, docente universitaria molto addentro le dottrine orientali. Negli ultimi 20 anni del secolo affronta con Marsilio e poi Adelphi la fase (terminale?) del suo percorso che riassume sincretisticamente tradizione e Oriente, con libri come Aure e Archetipi. Zolla fa una parata di simboli, di concezioni, di credenze nelle costellazioni. Si resta però all'Intelletto come Idea e non si arriva mai a fondarlo sulla Realtà, che ha Spazio e Tempo compresi in essa. Davanti a quest'ultimo fatto, non ci sono più Orienti e Occidenti che tengano. Ormai gli esseri umani e il mondo fenomenico sono un tutt'uno, anche se per ipotesi dovessero produrre teorie separate ed erronee.

Negli anni era diventato un classico (non molto allegro, a dire il vero) che Zolla (o la Marchianò, che gli somiglia) venisse invitato a un pubblico dibattito e nel corso della conversazione si dissociasse con parole un pochino snob dagli altri invitati (frasi come 'Certo, siamo distanti' o 'Noi non possiamo usare la stessa chiave di lettura'). Sembrava a molti che questo autore arrivasse 'concesso' agli altri, come se si abbassasse a discutere con gli altri di cose indegne del suo pensiero. Di lui conservo tracce sonore d'un memorabile pomeriggio dell'aprile 1998 in cui, proprio sulla scorta di questo atteggiamento, egli non esitò ad attribuire alla conduttrice del Lampi radiofonico di allora un'estraneità al tema. La Rai lo aveva chiamato per parlare di tradizione 'tout court', senza immaginare che egli si sarebbe rifiutato di innestarsi su un dibattito che aveva preso le pieghe di una conversazione per lo più letteraria. Giornata nera, in cui altri confessarono imbarazzo nell'interloquire con lui. E chi ascoltava imparò alcune, fondamentali, cose. Tra cui, nei meno avvertiti anche una sensazione di 'alienità' della persona che non aiutava né la comprensione dell'uomo né la convivenza dialettica. Affrontando Zolla nei limiti del suo 'ristretto' pensiero, abbiamo però spezzato questo piccolo tabù che lo vuole 'isolato' da decenni in una metafisica altissima e inavvicinabile. E smentendo chi non gli ha visto seduzione, ricordiamo al contrario che la sua fu una mente che giocò moltissimo sul concetto di sedurre la contemporaneità di chi lo stava ad ascoltare. Perfino un parere volante dato a un programmatore radiofonico, che in quel momento lo intervistava su musica e arti, aveva un che di dolcemente capzioso e ammaliante. L'uomo conosceva l'arte di distillare una pozione inusuale del pensiero, con cui sempre avrebbe inteso distaccarsi dai più usuali stereotipi sulla materia. Mozart poteva diventare un 'omino' o un 'tipetto' di cui Zolla affermava qualcosa di mai detto, sulla base di non sappiamo quale chiave. Un guru con un nome poteva esser da lui definito in un modo originale, mai udito prima, sulla base di non si sa quale angolo di osservazione. Molti pareri dati da Zolla avevano il sacro dono della incomprensibilità recondita che atterra e distanzia, ma facendosi anticamera di un più profondo ambiente culturale che l'ìnterlocutore avrebbe dovuto scoprire di sua iniziativa seducevano per quel tanto di misteriosofico che parevano celare. Se però l'altro non avesse scoperto i retroscena di quell'ambiente o non avesse aderito al suo modo d'essere, l'imbarazzo iniziale sarebbe rimasto.

Sarebbe bello che le università si ricordassero di lui. Ma, con le arie che tirano, già il trovare docenti che lo sappiano fare appare cosa tutt'altro che facile. Nella pagina originale, dissi: "Chissà che Elémire non entri in una quarta fase della sua esistenza". Fu anche questa - sebbene poco propizia - una profezia riuscita, visto che egli di lì a poco vi sarebbe entrato davvero e in senso definitivo. Nei giorni dopo la sua morte, sognai che egli avesse letto qualcosa di Memoriale rimanendone turbato. La pagina originale era in effetti molto cruda nei suoi confronti, e fu una delle poche di cui mi pentii. Zolla ottenne su Memoriale una lapide 4. Dovrei aggiungere 'soltanto', ma per le lapidi tenni conto di un'ottica oggettiva al di fuori di me stesso che avrebbe comportato un ruolo ben diverso da quello che magari scoprirete nel mio sito personale (dove la sua figura ha un ruolo a sé). Tuttora ho il rammarico di non aver conosciuto a suo tempo i testi della rivista 'Conoscenza religiosa'. Gli ho voluto bene. Resisto tuttavia a sobbarcarmi la spesa non indifferente di 65 euro per acquistare la raccolta integrale attualmente in uscita.

Pagina originariamente pubblicata su Memoriale il 21 giugno 2001, poi ripubblicata il 16 gennaio 2005 e infine ripubblicata in versione ampliata in data 30 novembre 2006 come link sull'INFO dell'autore - Ultime modifiche il 5 dicembre 2006